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Visualizzazione dei post da agosto, 2026

Il senso di colpa del silenzio

C’è stato un tempo in cui non rispondere al telefono significava semplicemente che non avevi risposto al telefono. Non era un messaggio subliminale, una crisi sentimentale o una dichiarazione di ostilità. Non eri in casa. Oppure eri in casa ma non avevi voglia di rispondere, che è una differenza fondamentale soprattutto per chi era dall’altra parte. Il telefono squillava, nessuno alzava la cornetta e la faccenda finiva lì. Era un sistema rudimentale, certo, ma aveva un vantaggio considerevole: lasciava agli esseri umani una certa libertà. Poi abbiamo migliorato le comunicazioni. Come spesso accade quando miglioriamo qualcosa, adesso abbiamo un problema in più. Oggi mandiamo un messaggio e disponiamo immediatamente di un piccolo dossier investigativo: inviato, consegnato, visualizzato, ultimo accesso, online. Manca soltanto il casellario giudiziario. Se la risposta non arriva, comincia l’indagine. Ha letto alle 11:42. Alle 11:47 risultava online. Alle 11:51 ha messo un cuore alla fotogr...

il Mondo Dentro

 C’è stato un tempo in cui aspettare significava aspettare. Non è una frase particolarmente intelligente, me ne rendo conto, ma provate a pensarci. Si aspettava l’autobus alla fermata, il proprio turno dal medico, qualcuno che arrivava a un appuntamento. Si aspettava che cominciasse un film, che il cameriere portasse il caffè, che il treno entrasse in stazione. E mentre aspettavamo non succedeva niente. Niente. Una condizione che oggi probabilmente richiederebbe assistenza psicologica. In quei minuti guardavamo. Guardavamo la gente passare, le macchine, le finestre dei palazzi, quello seduto al tavolo accanto. Qualche volta origliavamo, attività moralmente discutibile ma fondamentale per la letteratura mondiale. Inventavamo storie. Quell’uomo perché continua a guardare l’orologio? La donna seduta da sola aspetta qualcuno o spera che non arrivi? Quelli stanno litigando oppure parlano così perché sono sposati da trent’anni? Non lo sapevamo. Ed era proprio quello il bello. Non sapere....

Con le scarpe di notte

  Non è che io voglia fare il diverso. È che ci sono sere in cui il letto sembra troppo arrendevole. Troppo accomodato. Troppo “dormiamo e non se ne parli più”. E io, invece, vorrei che se ne parlasse ancora un po’. Anche solo coi piedi. Le scarpe, sì. Le metto per ricordarmi che il corpo è ancora in viaggio, anche quando la giornata è finita. E perché no? Anche per dispetto. Dispetto alle pantofole, ai rituali, ai manuali del buon riposo. Dispetto alle persone che credono che la notte sia fatta solo per dimenticare. Io, certe notti, ci cammino dentro. Qualcuno mi ha chiamato Elefante. E io non l’ho presa male. Anzi, mi ci sono affezionato. Perché l’Elefante non si infila in un ascensore né in una definizione. L’Elefante arriva, con tutta la sua mole, e si siede dove vuole. Magari rompe il divano, ma è sempre un gesto di sincerità. Io non dimentico. Né le gioie né le umiliazioni. Le tengo lì, una accanto all’altra, come vecchie fotografie sfocate. Alcune le guardo ogni sera. Altre,...

Atto anarchico e ribelle

C’è un uomo, in una casa qualsiasi, in una sera qualsiasi. Mentre il silenzio del mondo fuori si adagia sui vetri come una coperta sottile invece di svestirsi dei segni del giorno, si infila le scarpe per andare a letto. Non è follia, né distrazione. È scelta. È gesto deliberato. È ribellione muta e precisa contro ciò che si considera "normale". Contro l’impero dei pigiami e il dominio del buonsenso. In un mondo che ci vuole prevedibili, decifrabili, funzionali — possibilmente stirati e senza pieghe emotive — si fa frattura nell’uniformità, senza bisogno di proclami o manifesti, né di storie su Instagram. Chi si mette le scarpe per dormire non cerca approvazione, né provocazione. Cerca autenticità. È il suo modo per dire: "Sono qui. E non mi spiego nemmeno a me stesso. Ma esisto." È un rivoluzionario? Sì, se accettiamo che le rivoluzioni cominciano nei dettagli. Nei gesti minimi. Nelle disobbedienze che non gridano, ma sussurrano a chi sa ascoltare. Se è vero che la...

Sogno di una notte in tre scarpe e mezzo

  Stanotte ho sognato che le scarpe parlavano. Le mie. Tutte. Anche quelle spaiate. Avevano accenti diversi: una era cosentina e diceva: «Fratè, mo basta cu 'si drammi, fammi fa 'na camminata decente!» C’era anche una ciabatta sinistra — abbandonata da anni dietro la lavatrice — che si è presentata come "la tua parte emotiva non elaborata”. Abbiamo pianto insieme. Poi mi ha morso. Nel sogno camminavo su un tappeto fatto di orari, aspettative, password scadute, giudizi non richiesti e citazioni motivazionali in Comic Sans. Un inferno. Ma io camminavo lo stesso. Con le mie scarpe da notte, che nel sogno erano diventate ali. Pesanti. Ma ali. E a un certo punto — lo giuro — ho incontrato un altro Elefante. Più vecchio, con le zanne consumate e le suole lise. Mi ha guardato e ha detto: «Anche tu, eh?» E io: «Già.» Poi ci siamo abbracciati come solo gli Elefanti sanno fare: con tutto il corpo e zero parole.

Uno dei novecentonovantanove

«Uno su mille ce la fa.» «Uno su mille ce la fa.» È una frase che abbiamo sentito tutti. Persino cantato Di solito viene pronunciata con le migliori intenzioni. È il consiglio di un genitore, di un amico, di qualcuno che ci vuole bene e cerca di proteggerci. Tradotta, però, significa quasi sempre la stessa cosa: non provarci . È una forma di autodifesa. Se ti convinco che non hai i numeri, ti risparmio la delusione di scoprirlo. Lo scoraggiamento militante funziona così: si presenta come prudenza, ma spesso è soltanto paura travestita da buon senso. Per anni ho pensato a quella frase senza riuscire a darle una risposta. Oggi credo di averla trovata. Io sono uno dei novecentonovantanove. Non perché abbia rinunciato ai miei sogni. Al contrario. Perché non ho mai avuto un'alternativa. Molte persone raccontano di aver lasciato un lavoro sicuro per inseguire una passione. Io non ci sono mai riuscito. Non perché fossi più coraggioso, ma perché quella scelta non l'ho mai avuta. Non h...