Passa ai contenuti principali

Post

Visualizzazione dei post da agosto, 2026

Non sappiamo più perderci

Piccola difesa delle strade sbagliate C’è stato un tempo in cui ci si perdeva. Non metaforicamente: ci si perdeva proprio. Uscivi dalla stazione di una città che non conoscevi, aprivi una cartina grande più o meno quanto un lenzuolo matrimoniale e cercavi di capire dove fossi. La cartina aveva una caratteristica interessante: per consultarla dovevi prima riuscire ad aprirla e, soprattutto, dopo, a richiuderla. Non sempre le due operazioni avvenivano nello stesso giorno. Poi sceglievi una strada. Naturalmente era quella sbagliata. Dopo venti minuti incontravi qualcuno e chiedevi: «Scusi, per Piazza Garibaldi?». La persona assumeva immediatamente l’espressione di chi aveva aspettato tutta la vita quella domanda. «Facile. Sempre dritto. Al secondo semaforo gira a destra, poi trova una farmacia, però non quella nuova, quella vecchia che adesso è un negozio di telefonia. Lì prende la strada a sinistra, arriva dove una volta c’era il cinema e chiede.» Chiedi. Era la parte fondamentale delle ...

Il senso di colpa del silenzio

C’è stato un tempo in cui non rispondere al telefono significava semplicemente che non avevi risposto al telefono. Non era un messaggio subliminale, una crisi sentimentale o una dichiarazione di ostilità. Non eri in casa. Oppure eri in casa ma non avevi voglia di rispondere, che è una differenza fondamentale soprattutto per chi era dall’altra parte. Il telefono squillava, nessuno alzava la cornetta e la faccenda finiva lì. Era un sistema rudimentale, certo, ma aveva un vantaggio considerevole: lasciava agli esseri umani una certa libertà. Poi abbiamo migliorato le comunicazioni. Come spesso accade quando miglioriamo qualcosa, adesso abbiamo un problema in più. Oggi mandiamo un messaggio e disponiamo immediatamente di un piccolo dossier investigativo: inviato, consegnato, visualizzato, ultimo accesso, online. Manca soltanto il casellario giudiziario. Se la risposta non arriva, comincia l’indagine. Ha letto alle 11:42. Alle 11:47 risultava online. Alle 11:51 ha messo un cuore alla fotogr...

il Mondo Dentro

 C’è stato un tempo in cui aspettare significava aspettare. Non è una frase particolarmente intelligente, me ne rendo conto, ma provate a pensarci. Si aspettava l’autobus alla fermata, il proprio turno dal medico, qualcuno che arrivava a un appuntamento. Si aspettava che cominciasse un film, che il cameriere portasse il caffè, che il treno entrasse in stazione. E mentre aspettavamo non succedeva niente. Niente. Una condizione che oggi probabilmente richiederebbe assistenza psicologica. In quei minuti guardavamo. Guardavamo la gente passare, le macchine, le finestre dei palazzi, quello seduto al tavolo accanto. Qualche volta origliavamo, attività moralmente discutibile ma fondamentale per la letteratura mondiale. Inventavamo storie. Quell’uomo perché continua a guardare l’orologio? La donna seduta da sola aspetta qualcuno o spera che non arrivi? Quelli stanno litigando oppure parlano così perché sono sposati da trent’anni? Non lo sapevamo. Ed era proprio quello il bello. Non sapere....