Stanotte ho sognato che le scarpe parlavano.
Le mie. Tutte. Anche quelle spaiate.
Avevano accenti diversi:
una era cosentina e diceva:
«Fratè, mo basta cu 'si drammi, fammi fa 'na camminata decente!»
C’era anche una ciabatta sinistra — abbandonata da anni dietro la lavatrice —
che si è presentata come "la tua parte emotiva non elaborata”.
Abbiamo pianto insieme.
Poi mi ha morso.
Nel sogno camminavo su un tappeto fatto di orari, aspettative, password scadute, giudizi non richiesti e citazioni motivazionali in Comic Sans.
Un inferno.
Ma io camminavo lo stesso.
Con le mie scarpe da notte, che nel sogno erano diventate ali.
Pesanti.
Ma ali.
E a un certo punto — lo giuro —
ho incontrato un altro Elefante.
Più vecchio, con le zanne consumate e le suole lise.
Mi ha guardato e ha detto:
«Anche tu, eh?»
E io:
«Già.»
Poi ci siamo abbracciati come solo gli Elefanti sanno fare: con tutto il corpo e zero parole.

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