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il Mondo Dentro

 C’è stato un tempo in cui aspettare significava aspettare.

Non è una frase particolarmente intelligente, me ne rendo conto, ma provate a pensarci.

Si aspettava l’autobus alla fermata, il proprio turno dal medico, qualcuno che arrivava a un appuntamento. Si aspettava che cominciasse un film, che il cameriere portasse il caffè, che il treno entrasse in stazione.

E mentre aspettavamo non succedeva niente.

Niente.

Una condizione che oggi probabilmente richiederebbe assistenza psicologica.

In quei minuti guardavamo.

Guardavamo la gente passare, le macchine, le finestre dei palazzi, quello seduto al tavolo accanto. Qualche volta origliavamo, attività moralmente discutibile ma fondamentale per la letteratura mondiale.

Inventavamo storie.

Quell’uomo perché continua a guardare l’orologio? La donna seduta da sola aspetta qualcuno o spera che non arrivi? Quelli stanno litigando oppure parlano così perché sono sposati da trent’anni?

Non lo sapevamo.

Ed era proprio quello il bello.

Non sapere.

Il mondo ci forniva qualche indizio e noi facevamo il resto.

Poi abbiamo smesso progressivamente di osservare il mondo e abbiamo lasciato che fosse il mondo a entrare dentro di noi.

Non credo sia colpa dello smartphone. Sarebbe troppo semplice prendersela con un oggetto. Lo smartphone è un telefono, una macchina fotografica, una biblioteca, una mappa, un giornale, un registratore, un televisore, un ufficio postale e una quantità di altre cose che una volta occupavano mezza casa.

Il problema non è lo strumento.

È la connessione permanente.

Essere sempre raggiungibili dal mondo.

Abbiamo aperto una porta e ci siamo dimenticati di mettere la serratura.

Così il mondo entra mentre facciamo colazione, mentre camminiamo, mentre aspettiamo l’autobus, mentre siamo al ristorante, mentre guardiamo un film e, naturalmente, mentre siamo a letto.

Una guerra.

Un gatto.

Un politico.

Una ricetta.

Un bombardamento.

Una pubblicità.

Un bambino che balla.

Un morto.

Un paio di scarpe.

Tutto nello spazio di pochi minuti.

Tutto apparentemente importante e immediatamente sostituito da qualcos’altro.

La cosa straordinaria è che questa connessione avrebbe dovuto produrre esattamente l’effetto contrario.

Per la prima volta nella storia dell’umanità una parte enorme della conoscenza prodotta dall’uomo è raggiungibile quasi istantaneamente.

Possiamo leggere giornali pubblicati dall’altra parte del pianeta, visitare virtualmente un museo, ascoltare una conferenza, confrontare interpretazioni differenti dello stesso avvenimento, consultare biblioteche che una volta avrebbero richiesto giorni di viaggio.

Dovremmo essere diventati curiosissimi.

E soprattutto pieni di dubbi.

Perché più cose conosco, più dovrei rendermi conto di quante ne ignoro.

Invece rischiamo di aver fatto il percorso contrario.

Abbiamo una quantità quasi infinita di risposte e sempre meno tempo per formulare le domande.

Una volta una domanda poteva rimanere aperta.

Come si chiamava quell’attore?

Ma sarà vera questa storia?

Perché succede questa cosa?

Non saperlo produceva un piccolo vuoto.

Si chiedeva a qualcuno. Si provava a ricordare. Si cercava su un libro. Magari si sbagliava.

Qualche volta la risposta arrivava giorni dopo.

Qualche volta non arrivava affatto.

Nel frattempo, però, la domanda era rimasta nella nostra testa.

Oggi possiamo risolvere quasi tutto in pochi secondi.

Ed è magnifico.

Solo che abbiamo cominciato a pretendere la stessa velocità anche dalle domande che una risposta semplice non ce l’hanno.

Chi ha vinto il Festival di Sanremo nel 1972 può essere risolto in qualche secondo.

Perché milioni di persone continuino a votare qualcuno che io considero impresentabile richiederebbe uno sforzo leggermente maggiore.

E invece cerchiamo una risposta altrettanto rapida.

Possibilmente quella che avevamo già deciso fosse vera.

Perché c’è un’altra stranezza.

Di fronte alla più grande possibilità di confronto mai avuta dall’essere umano, spesso utilizziamo la rete non per mettere in discussione ciò che pensiamo, ma per trovare qualcuno che ci dia ragione.

Non cerchiamo:

«Vediamo se è vero.»

Cerchiamo:

«Lo sapevo.»

E prima o poi qualcuno che la pensa esattamente come noi lo troviamo.

Otto miliardi di persone servono anche a questo.

Il dubbio, invece, è scomodo.

Obbliga a tenere aperta una porta.

A riconoscere che potremmo avere torto.

Peggio ancora: che potrebbe avere ragione quello che ci sta antipatico.

Una prospettiva francamente insopportabile.

Eppure è proprio da lì che nasce la curiosità.

Per desiderare di sapere qualcosa bisogna prima accettare di non saperla.

La curiosità ha bisogno di uno spazio vuoto.

Noi quello spazio lo riempiamo continuamente.

Non necessariamente cercando qualcosa.

Questo è il passaggio che mi inquieta di più.

Quando faccio una ricerca sono ancora io a decidere quale domanda porre.

Quando scorro continuamente un flusso di contenuti, invece, non sono più io a scegliere quale sarà il prossimo pensiero che entrerà nella mia testa.

Qualcun altro ha deciso che vedrò quella guerra, quel culo, quella pubblicità, quel politico, quella vacanza alle Maldive.

E ciascuna di quelle cose lascia qualcosa.

Un desiderio.

Una paura.

Un’indignazione.

Un bisogno che cinque minuti prima non avevo.

Così, quasi senza accorgercene, invece di utilizzare il mondo come materia prima per i nostri pensieri, abbiamo cominciato a utilizzare pensieri prodotti dal mondo come materia prima per noi stessi.

E forse accade qualcosa di simile con l’intelligenza artificiale.

Anche qui sarebbe molto facile prendersela con la macchina.

Ma la macchina, poveretta, fa quello che le chiediamo.

L’intelligenza artificiale potrebbe essere uno degli strumenti più potenti mai costruiti per sviluppare le nostre capacità.

Possiamo utilizzarla per confrontare idee, scoprire connessioni che non avevamo visto, verificare un’intuizione, cercare i punti deboli di un ragionamento.

Potremmo persino chiederle di contraddirci.

Non è una cosa che facciamo spesso neppure con gli esseri umani.

Invece rischiamo di utilizzarla soprattutto per evitare di fare ciò che potrebbe aiutarci a fare meglio.

Pensare.

Scrivere.

Cercare.

Confrontare.

Dubitare.

Le chiediamo una risposta prima ancora di esserci chiesti quale sia esattamente la domanda.

In questo modo uno strumento potenzialmente rivoluzionario diventa poco più di un’enciclopedia molto veloce.

Con un’aggravante.

Quando aprivamo un’enciclopedia dovevamo almeno sapere cosa stavamo cercando.

Adesso possiamo ottenere una risposta perfettamente formulata senza avere necessariamente gli strumenti per capire se quella risposta abbia senso, da dove venga, cosa lasci fuori e persino se risponda davvero alla domanda che avremmo dovuto porre.

Avere accesso alla conoscenza non significa comprendere.

Come avere una biblioteca in casa non significa aver letto i libri. E soprattutto capirli.

Forse stiamo confondendo la disponibilità del sapere con il sapere.

E la velocità con il progresso.

La tecnologia può essere una protesi oppure un attrezzo da palestra.

Possiamo utilizzarla perché faccia al posto nostro quello che non vogliamo più fare.

Oppure possiamo usarla per costringerci a fare meglio ciò che sappiamo fare.

La differenza non è nella macchina.

È nella domanda.

Forse per questo ogni tanto dovremmo tornare ad aspettare.

Non necessariamente spegnere tutto, ritirarci su una montagna o dichiarare guerra al Wi-Fi.

Semplicemente lasciare qualche spazio non occupato.

Guardare fuori dal finestrino.

Osservare quello seduto al tavolo accanto.

Chiederci perché una cosa accade prima di cercarne la spiegazione.

Lasciare che una domanda rimanga domanda per qualche minuto.

Persino annoiarci.

Potrebbe succedere qualcosa di abbastanza insolito.

Potremmo cominciare a pensare.

All’inizio, naturalmente, ci preoccuperemmo.

Poi, forse, riconosceremmo la nostra voce.

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