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Il senso di colpa del silenzio

C’è stato un tempo in cui non rispondere al telefono significava semplicemente che non avevi risposto al telefono. Non era un messaggio subliminale, una crisi sentimentale o una dichiarazione di ostilità. Non eri in casa. Oppure eri in casa ma non avevi voglia di rispondere, che è una differenza fondamentale soprattutto per chi era dall’altra parte.

Il telefono squillava, nessuno alzava la cornetta e la faccenda finiva lì. Era un sistema rudimentale, certo, ma aveva un vantaggio considerevole: lasciava agli esseri umani una certa libertà.

Poi abbiamo migliorato le comunicazioni.

Come spesso accade quando miglioriamo qualcosa, adesso abbiamo un problema in più.

Oggi mandiamo un messaggio e disponiamo immediatamente di un piccolo dossier investigativo: inviato, consegnato, visualizzato, ultimo accesso, online.

Manca soltanto il casellario giudiziario.

Se la risposta non arriva, comincia l’indagine.

Ha letto alle 11:42.

Alle 11:47 risultava online.

Alle 11:51 ha messo un cuore alla fotografia di un cane.

Alle 11:53 ancora nessuna risposta.

Il cane, evidentemente, viene prima di noi.

Personalmente non ci vedo niente di scandaloso. Dipende dal cane.

Quando la possibilità diventa obbligo

Il punto interessante non è però la nostra crescente capacità di sorvegliare le risposte degli altri. È quello che succede quando siamo noi a non rispondere.

Arriva un messaggio mentre stiamo lavorando, mangiando, guidando, leggendo o facendo una delle attività più sottovalutate della civiltà occidentale: niente.

Lo leggiamo e decidiamo di rispondere dopo.

Una scelta apparentemente innocua.

Passa mezz’ora. Poi un’ora. Poi tre.

A quel punto accade qualcosa di curioso: non sentiamo più di dover semplicemente rispondere. Sentiamo di doverci giustificare.

“Scusa se rispondo solo ora…”

Solo ora?

Sono passate tre ore, non tre campagne napoleoniche.

Eppure quella frase è diventata una specie di formula di assoluzione preventiva. La scriviamo prima ancora che qualcuno ci abbia accusato di qualcosa.

“Scusa se rispondo solo ora, ma…”

Ed ecco comparire il “ma”.

Ero in riunione.

Stavo guidando.

Avevo lasciato il telefono nell’altra stanza.

Mi si era scaricata la batteria.

Quest’ultima è particolarmente efficace perché trasferisce la responsabilità alla tecnologia. Non sono stato io a ignorarti: è stato il litio.

La verità — “avevo letto il messaggio ma in quel momento non avevo voglia di rispondere” — resta invece socialmente pericolosa.

Eppure sarebbe perfettamente legittima.

Il grande equivoco della reperibilità

Credo che abbiamo confuso due concetti molto diversi: essere raggiungibili ed essere disponibili.

Lo smartphone ci rende tecnicamente raggiungibili quasi sempre. Da questo abbiamo dedotto che dovremmo essere umanamente disponibili quasi sempre.

È un passaggio logico piuttosto spericolato.

Il mio frigorifero è acceso ventiquattr’ore al giorno, ma non per questo pretendo che alle tre del mattino mi prepari una carbonara.

La disponibilità tecnica di uno strumento non dovrebbe stabilire la disponibilità della persona che lo possiede.

E invece abbiamo lentamente interiorizzato una nuova regola sociale: se hai ricevuto il messaggio, devi rispondere. Se lo hai letto, devi rispondere rapidamente. Se sei online e non rispondi, devi avere una spiegazione.

Possibilmente certificata.

In pratica abbiamo trasformato il telefono cellulare in un dispositivo che permette a chiunque di bussare alla nostra porta mentre siamo già dentro casa.

Con la differenza che adesso sa anche che abbiamo guardato dallo spioncino.

Una regola che nessuno ha scritto

La parte più interessante è che nessuno ci ha imposto tutto questo.

Non esiste ancora un Ministero della Risposta Immediata. Uso “ancora” perché preferisco non dare idee.

La pressione nasce da noi.

Controlliamo quanto impiegano gli altri a risponderci e immaginiamo che gli altri facciano lo stesso. Così cerchiamo di essere veloci. Gli altri si abituano alla nostra velocità e noi alla loro.

Il risultato è magnifico: abbiamo costruito collettivamente una prigione e individualmente ci lamentiamo delle sbarre.

E naturalmente continuiamo a costruirne altre.

La risposta immediata, nata come gesto di attenzione, diventa abitudine. L’abitudine diventa aspettativa. L’aspettativa diventa norma.

E quando una norma non scritta viene violata compare il senso di colpa.

La cosa ha qualcosa di paradossale. Abbiamo inventato strumenti per risparmiare tempo e siamo riusciti a trasformarli in strumenti che pretendono continuamente il nostro tempo.

È il progresso.

Prima impiegavamo tre giorni per ricevere una lettera.

Adesso impieghiamo tre secondi per ricevere un messaggio e il resto della giornata per preoccuparcene.

Il diritto all’“adesso no”

Forse dovremmo recuperare un concetto molto semplice: il fatto che qualcuno possa raggiungerci non significa che abbia automaticamente diritto a una parte del nostro tempo.

E soprattutto il silenzio non significa necessariamente qualcosa.

Non è sempre disinteresse.

Non è necessariamente maleducazione.

Non significa che siamo arrabbiati.

Non certifica la fine di un’amicizia.

Non prelude inevitabilmente a una separazione.

Qualche volta significa semplicemente:

adesso no.

Due parole magnifiche.

Talmente magnifiche che non è neppure necessario pronunciarle.

Naturalmente questo comporta un rischio enorme: potremmo dover accettare che anche gli altri facciano la stessa cosa con noi.

Ed è qui che la teoria diventa improvvisamente meno affascinante.

Perché rivendichiamo volentieri il diritto di rispondere quando vogliamo, purché gli altri continuino a risponderci immediatamente.

La libertà è una cosa meravigliosa.

Soprattutto la nostra.

Forse allora il vero lusso contemporaneo non è spegnere il telefono, abbandonare i social o trasferirsi su una montagna allevando capre. Anche perché le capre, dopo un po’, potrebbero creare un gruppo WhatsApp.

È qualcosa di molto più piccolo.

Leggere un messaggio.

Mettere il telefono in tasca.

Continuare quello che stavamo facendo.

E rispondere quando abbiamo davvero tempo, attenzione o semplicemente voglia di farlo.

Senza inventare una riunione.

Senza accusare la batteria.

Senza presentare certificati.

E soprattutto senza cominciare con:

“Scusa se rispondo solo ora.”

Potremmo scoprire che dall’altra parte non è successo niente.

E se invece qualcuno si offende perché abbiamo impiegato tre ore a rispondere, possiamo sempre fare quello che l’umanità faceva egregiamente prima dell’invenzione dello smartphone.

Non rispondere.

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