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Atto anarchico e ribelle

C’è un uomo, in una casa qualsiasi, in una sera qualsiasi. Mentre il silenzio del mondo fuori si adagia sui vetri come una coperta sottile invece di svestirsi dei segni del giorno, si infila le scarpe per andare a letto. Non è follia, né distrazione. È scelta. È gesto deliberato. È ribellione muta e precisa contro ciò che si considera "normale". Contro l’impero dei pigiami e il dominio del buonsenso. In un mondo che ci vuole prevedibili, decifrabili, funzionali — possibilmente stirati e senza pieghe emotive — si fa frattura nell’uniformità, senza bisogno di proclami o manifesti, né di storie su Instagram. Chi si mette le scarpe per dormire non cerca approvazione, né provocazione. Cerca autenticità. È il suo modo per dire: "Sono qui. E non mi spiego nemmeno a me stesso. Ma esisto." È un rivoluzionario? Sì, se accettiamo che le rivoluzioni cominciano nei dettagli. Nei gesti minimi. Nelle disobbedienze che non gridano, ma sussurrano a chi sa ascoltare. Se è vero che la...
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Sogno di una notte in tre scarpe e mezzo

  Stanotte ho sognato che le scarpe parlavano. Le mie. Tutte. Anche quelle spaiate. Avevano accenti diversi: una era cosentina e diceva: «Fratè, mo basta cu 'si drammi, fammi fa 'na camminata decente!» C’era anche una ciabatta sinistra — abbandonata da anni dietro la lavatrice — che si è presentata come "la tua parte emotiva non elaborata”. Abbiamo pianto insieme. Poi mi ha morso. Nel sogno camminavo su un tappeto fatto di orari, aspettative, password scadute, giudizi non richiesti e citazioni motivazionali in Comic Sans. Un inferno. Ma io camminavo lo stesso. Con le mie scarpe da notte, che nel sogno erano diventate ali. Pesanti. Ma ali. E a un certo punto — lo giuro — ho incontrato un altro Elefante. Più vecchio, con le zanne consumate e le suole lise. Mi ha guardato e ha detto: «Anche tu, eh?» E io: «Già.» Poi ci siamo abbracciati come solo gli Elefanti sanno fare: con tutto il corpo e zero parole.

Uno dei novecentonovantanove

«Uno su mille ce la fa.» «Uno su mille ce la fa.» È una frase che abbiamo sentito tutti. Persino cantato Di solito viene pronunciata con le migliori intenzioni. È il consiglio di un genitore, di un amico, di qualcuno che ci vuole bene e cerca di proteggerci. Tradotta, però, significa quasi sempre la stessa cosa: non provarci . È una forma di autodifesa. Se ti convinco che non hai i numeri, ti risparmio la delusione di scoprirlo. Lo scoraggiamento militante funziona così: si presenta come prudenza, ma spesso è soltanto paura travestita da buon senso. Per anni ho pensato a quella frase senza riuscire a darle una risposta. Oggi credo di averla trovata. Io sono uno dei novecentonovantanove. Non perché abbia rinunciato ai miei sogni. Al contrario. Perché non ho mai avuto un'alternativa. Molte persone raccontano di aver lasciato un lavoro sicuro per inseguire una passione. Io non ci sono mai riuscito. Non perché fossi più coraggioso, ma perché quella scelta non l'ho mai avuta. Non h...

LA GUERRA DELL’ATTENZIONE - LA FABBRICA DEL CONSENSO (TerzaParte)

LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (TerzaParte) Se la televisione ci ha insegnato cosa desiderare e i social network hanno imparato a misurare quei desideri, la domanda diventa inevitabile: che cosa accade quando questo meccanismo incontra la guerra? La risposta è semplice e al tempo stesso inquietante. La guerra continua a essere ciò che è sempre stata: morte, distruzione, interessi economici, controllo territoriale, rapporti di forza. Nel XXI secolo è diventata anche qualcos’altro: uno spettacolo permanente, un racconto in diretta, una battaglia per conquistare l’attenzione globale. Le bombe cadono ancora sulle città e, contemporaneamente, altre bombe esplodono negli smartphone. Sono immagini e video, titoli e hashtag, narrazioni e interpretazioni… versioni concorrenti di un’unica realtà. L’Ucraina, Gaza, la Cisgiordania, il Libano, il Venezuela, Cuba… sono luoghi reali, abitati da persone reali, sarebbe offensivo e pericoloso dimentic...

A che età non sei più un debuttante?

 Bella domanda. E un po’ crudele, pure. Formalmente, smetti di essere debuttante il giorno dopo il debutto. Ma nella vita non funziona quasi mai così. Ci sono ventenni che si comportano da veterani senza aver mai rischiato nulla, e sessantenni che sono ancora debuttanti perché hanno il coraggio di ricominciare, ogni volta da capo. Un disco nuovo, un libro, un palco diverso, una lingua nuova, un amore nuovo, un lavoro nuovo, una città nuova: ogni volta si torna principianti. E forse meno male. Nel mestiere artistico, quello che in qualche modo mi riguarda, è quasi una condizione permanente: puoi avere una vita di canzoni sulle spalle e sentirti comunque al primo giorno davanti a qualcosa che conta davvero. Ogni progetto importante ti rimette in discussione. Ti fa fare quella domanda imbarazzante: “Ma io sono capace davvero?” Forse si smette di essere debuttanti quando si smette di avere paura del giudizio. Oppure — peggio — quando si smette di avere curiosità. E lì il rischio non è ...

E QUANDO ABBIAMO CONSEGNATO LE CHIAVI? - LA FABBRICA DEL CONSENSO (Seconda Parte)

LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (Seconda Parte) La società della prestazione non è nata per caso. Dietro l’illusione della libertà individuale si nasconde una trasformazione culturale lunga decenni che ha cambiato il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la conoscenza e perfino con gli altri esseri umani. Il problema non è che siamo diventati schiavi — gli schiavi, almeno, sapevano di esserlo. Noi ci definiamo liberi mentre passiamo le giornate a rincorrere obiettivi che non abbiamo scelto, desideri che qualcuno ha progettato per noi, bisogni che spesso coincidono con ciò che conviene a qualcun altro. La domanda allora non è chi ci controlla. La domanda è: quando abbiamo smesso di accorgercene? Quando abbiamo accettato che il valore di una persona si misurasse in produttività? Quando abbiamo deciso che il tempo fosse una risorsa da sfruttare invece che un luogo da abitare? Quando abbiamo iniziato a considerare la lentezza un difet...

Le sedie vuote

C i sono sedie che continuano ad aspettare qualcuno anche quando quel qualcuno ha smesso di tornare. Non parlo delle sedie dei bar o dei ristoranti. Quelle vengono occupate da un cliente dopo l'altro e sembrano non conservare memoria. Parlo delle sedie di casa. Quelle che imparano il peso delle persone. C'è la sedia dove tuo padre leggeva il giornale. Quella dove tua madre sbucciava la frutta parlando del più e del meno. Quella che nessuno osava occupare perché, senza che fosse mai stato deciso, apparteneva sempre alla stessa persona. Poi, un giorno, quella persona non c'è più. La sedia resta. All'inizio sembra soltanto un oggetto. Con il tempo, però, diventa qualcos'altro. Ogni volta che entri nella stanza la guardi con la coda dell'occhio. Ti aspetti quasi di trovarla di nuovo occupata. È una piccola illusione che dura un istante, il tempo necessario perché la realtà rimetta ogni cosa al suo posto. Mi sono chiesto spesso se siano gli oggetti a custodire i rico...