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Una cosa alla volta - Antica pratica ormai considerata sovversiva - II

  II. Una cosa alla volta. Ogni tanto. A questo punto sarebbe facile concludere che stavamo meglio prima. È una conclusione molto comoda, soprattutto perché il passato possiede l’enorme vantaggio di non poter replicare. Ma non è vero. Il multitasking ha anche migliorato molte parti della nostra vita. Possiamo ascoltare musica mentre svolgiamo un lavoro ripetitivo, seguire un podcast durante un viaggio, parlare con una persona lontana mentre prepariamo la cena. Possiamo sfruttare tempi che altrimenti sarebbero soltanto attese, alternare attività diverse, raccogliere informazioni mentre lavoriamo, passare rapidamente da uno strumento all’altro. In molti mestieri questa capacità non è nemmeno una scelta: è il modo in cui funziona ormai il lavoro. E non c’è niente di particolarmente nobile nel rimpiangere un passato nel quale, durante un viaggio di sei ore, l’unica forma di intrattenimento disponibile poteva essere il signore seduto di fronte che decideva di raccontarci la propria oper...

Una cosa alla volta - Antica pratica ormai considerata sovversiva - I

  I. L’arte di essere dappertutto C’è stato un tempo in cui si faceva una cosa alla volta. Non è necessario risalire al Medioevo, anche se ormai l’idea sembra appartenere più o meno alla stessa epoca delle candele, dei messaggeri a cavallo e delle lettere che impiegavano tre settimane per arrivare. Semplicemente, si mangiava mentre si mangiava, si camminava mentre si camminava e, quando qualcuno parlava, capitava persino di ascoltarlo senza controllare nel frattempo se fosse arrivato un messaggio. Non era necessariamente un mondo migliore. Era soltanto un mondo nel quale molte attività possedevano ancora il diritto di occupare da sole qualche minuto della nostra vita. Oggi questo privilegio è diventato raro. Mangiamo guardando una serie, camminiamo ascoltando un podcast, cuciniamo rispondendo ai messaggi, guardiamo la televisione tenendo il telefono a portata di mano e lavoriamo davanti a uno schermo sul quale convivono posta elettronica, documenti, notifiche, messaggistica e almen...

Scrivere con l’IA senza farsi scrivere dall’IA

C’è stato un tempo in cui lo scrittore fissava il foglio bianco per tre ore. Oggi può chiedere all’intelligenza artificiale cinquanta incipit in dodici secondi e trascorrere le successive tre ore a decidere che non gliene piace nessuno. Il progresso esiste. L’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nella scrittura. Corregge, suggerisce, riassume, traduce, cerca alternative, propone strutture, cambia registri, inventa titoli. Se glielo chiediamo con sufficiente convinzione può probabilmente trasformare la lista della spesa in un racconto nello stile di Dostoevskij, anche se resta da capire perché qualcuno dovrebbe voler leggere Delitto e detersivo . La domanda, quindi, non è più se utilizzare l’IA per scrivere. È come utilizzarla senza smettere di scrivere. Tra usare uno strumento e delegargli il proprio lavoro esiste una differenza sostanziale. Il correttore ortografico non ci ha impedito di imparare l’italiano, almeno non sempre. Il dizionario non ha scritto romanzi al posto no...

La scomparsa del tempo vuoto

Abbiamo smesso di annoiarci. E forse era un errore. C’è stato un tempo in cui annoiarsi era perfettamente normale. Non piacevole, naturalmente. Nessuno tornava a casa entusiasta dicendo: «Ho passato un pomeriggio magnifico, non è successo assolutamente niente». Ma la noia faceva parte della giornata come le attese, le code e le domeniche pomeriggio. Si aspettava un autobus guardando passare le automobili. Si stava nella sala d’attesa del medico leggendo per la diciassettesima volta un manifesto sull’ipertensione. In treno si guardava fuori dal finestrino. Al bar, se la persona che aspettavamo era in ritardo, osservavamo quella seduta al tavolo accanto e, con la discrezione che ha sempre contraddistinto il genere umano, ascoltavamo quello che diceva. Qualche volta non facevamo proprio niente. Oggi questa eventualità sembra quasi scomparsa. Ogni intervallo può essere riempito. Bastano trenta secondi e la mano cerca automaticamente il telefono. Messaggi, notizie, video, posta elettronica,...

Qualcuno deve pur portare l’acqua

A volte ho l’impressione che il mondo si sia svegliato dentro un film post-apocalittico, solo che nessuno ha avvisato gli attori. C’è chi corre come in Mad Max , in cerca di benzina, acqua e gloria, e chi, come in Codice Genesi , attraversa il deserto portando con sé un libro che forse nessuno legge più. Nel frattempo qualcuno controlla il telefono per vedere se nel deserto prende il 5G. La sensazione non nasce tanto dalle immagini di distruzione che ogni giorno attraversano i nostri schermi. Quelle, purtroppo, sono reali. Nasce piuttosto dal contrasto tra quelle immagini e la normalità nella quale continuano ad arrivarci. Guerre, città distrutte, popolazioni in fuga, crisi ambientali e nuove emergenze convivono nello stesso flusso con pubblicità, ricette, offerte speciali, fotografie delle vacanze e cani che fanno cose divertenti. Una tragedia può comparire mentre aspettiamo che arrivi la pizza e scomparire con un movimento del pollice. Non siamo diventati improvvisamente insensibili....

Signore e signori

Signore e signori, non vi chiedo di capirmi. Vi chiedo solo di accettare che esistano creature come me: ingombranti, silenziose, fuori catalogo. E che sì, dormono con le scarpe. Non per partito preso, ma perché il mondo è scivoloso e i sogni — a volte — fanno male ai piedi. Se questa mia abitudine vi confonde, pensate a tutte le cose assurde che fate voi ogni giorno. Tipo rispondere “bene” quando va tutto male. Tipo dire “ho solo cinque minuti” e poi restare una vita. Tipo accettare l’ordinario come fosse inevitabile. Io ho solo scelto un gesto diverso. E se vi sembra ridicolo, sappiate che è un ridicolo comodo. Ben accollato, ché i lacci non s’usano più. In saldo, forse. Ma un gesto tutto mio. Ora vi saluto. Con lentezza, con rispetto, con il rumore solenne dei miei passi notturni. Non inchinatevi. Non applaudite. Camminate, magari. Con qualsiasi cosa ai piedi. E se una notte, nel dormiveglia, sentite un passo pesante, non preoccupatevi. È solo l’Elefante in voi. Che sogna. E non si t...

Sono intorno a me

Sono intorno a me, li sento. Si muovono in silenzio, con quella compostezza che ha il fumo dopo l’incendio: non fanno più danni, apparentemente, ma restano lì. Facce candide, anime opache. Mi somigliano pure un po’. (Cazzo. Devo dormire meglio.) Sono intorno a me, li sento. Fanno quel che vogliono, e vogliono che si sappia. Promettono per sport, mantengono per errore. Sono sicuri di sé: ogni mattina si autolegittimano allo specchio: “Se non io, chi?” E lo specchio, poverino, vorrebbe rispondere: “Chiunque altro, grazie.” Ma loro non ascoltano. Anzi zittiscono, infastiditi. Come se la realtà fosse una notifica da disattivare. Gli piacciono molto le mani, prolungamenti carnosi di un potere molliccio forte con i deboli, deboli con i padroni. applaudono, brandiscono manganelli, e appena finito, le stringono in abbracci laidi, mollicce. Non sono mani: sono salsicce. Pregano, si inginocchiano, si segnano. E subito dopo firmano petizioni per lo sgombero dei poveri cristi. Cristiani a tempo de...