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Visualizzazione dei post da luglio, 2026

LA GUERRA DELL’ATTENZIONE - LA FABBRICA DEL CONSENSO (TerzaParte)

LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (TerzaParte) Se la televisione ci ha insegnato cosa desiderare e i social network hanno imparato a misurare quei desideri, la domanda diventa inevitabile: che cosa accade quando questo meccanismo incontra la guerra? La risposta è semplice e al tempo stesso inquietante. La guerra continua a essere ciò che è sempre stata: morte, distruzione, interessi economici, controllo territoriale, rapporti di forza. Nel XXI secolo è diventata anche qualcos’altro: uno spettacolo permanente, un racconto in diretta, una battaglia per conquistare l’attenzione globale. Le bombe cadono ancora sulle città e, contemporaneamente, altre bombe esplodono negli smartphone. Sono immagini e video, titoli e hashtag, narrazioni e interpretazioni… versioni concorrenti di un’unica realtà. L’Ucraina, Gaza, la Cisgiordania, il Libano, il Venezuela, Cuba… sono luoghi reali, abitati da persone reali, sarebbe offensivo e pericoloso dimentic...

A che età non sei più un debuttante?

 Bella domanda. E un po’ crudele, pure. Formalmente, smetti di essere debuttante il giorno dopo il debutto. Ma nella vita non funziona quasi mai così. Ci sono ventenni che si comportano da veterani senza aver mai rischiato nulla, e sessantenni che sono ancora debuttanti perché hanno il coraggio di ricominciare, ogni volta da capo. Un disco nuovo, un libro, un palco diverso, una lingua nuova, un amore nuovo, un lavoro nuovo, una città nuova: ogni volta si torna principianti. E forse meno male. Nel mestiere artistico, quello che in qualche modo mi riguarda, è quasi una condizione permanente: puoi avere una vita di canzoni sulle spalle e sentirti comunque al primo giorno davanti a qualcosa che conta davvero. Ogni progetto importante ti rimette in discussione. Ti fa fare quella domanda imbarazzante: “Ma io sono capace davvero?” Forse si smette di essere debuttanti quando si smette di avere paura del giudizio. Oppure — peggio — quando si smette di avere curiosità. E lì il rischio non è ...

E QUANDO ABBIAMO CONSEGNATO LE CHIAVI? - LA FABBRICA DEL CONSENSO (Seconda Parte)

LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (Seconda Parte) La società della prestazione non è nata per caso. Dietro l’illusione della libertà individuale si nasconde una trasformazione culturale lunga decenni che ha cambiato il nostro rapporto con il lavoro, il denaro, la conoscenza e perfino con gli altri esseri umani. Il problema non è che siamo diventati schiavi — gli schiavi, almeno, sapevano di esserlo. Noi ci definiamo liberi mentre passiamo le giornate a rincorrere obiettivi che non abbiamo scelto, desideri che qualcuno ha progettato per noi, bisogni che spesso coincidono con ciò che conviene a qualcun altro. La domanda allora non è chi ci controlla. La domanda è: quando abbiamo smesso di accorgercene? Quando abbiamo accettato che il valore di una persona si misurasse in produttività? Quando abbiamo deciso che il tempo fosse una risorsa da sfruttare invece che un luogo da abitare? Quando abbiamo iniziato a considerare la lentezza un difet...

Le sedie vuote

C i sono sedie che continuano ad aspettare qualcuno anche quando quel qualcuno ha smesso di tornare. Non parlo delle sedie dei bar o dei ristoranti. Quelle vengono occupate da un cliente dopo l'altro e sembrano non conservare memoria. Parlo delle sedie di casa. Quelle che imparano il peso delle persone. C'è la sedia dove tuo padre leggeva il giornale. Quella dove tua madre sbucciava la frutta parlando del più e del meno. Quella che nessuno osava occupare perché, senza che fosse mai stato deciso, apparteneva sempre alla stessa persona. Poi, un giorno, quella persona non c'è più. La sedia resta. All'inizio sembra soltanto un oggetto. Con il tempo, però, diventa qualcos'altro. Ogni volta che entri nella stanza la guardi con la coda dell'occhio. Ti aspetti quasi di trovarla di nuovo occupata. È una piccola illusione che dura un istante, il tempo necessario perché la realtà rimetta ogni cosa al suo posto. Mi sono chiesto spesso se siano gli oggetti a custodire i rico...

LA PRIGIONE PERFETTA - LA FABBRICA DEL CONSENSO (Prima Parte)

  LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (Prima Parte) Come siamo diventati i sorveglianti di noi stessi Per secoli, il potere ha avuto un volto riconoscibile. Che fosse un re, uno Stato, una Chiesa, un padrone o un partito. Era qualcuno che ci dicesse cosa fare, cosa pensare, cosa desiderare.   Oggi, quel volto sembra scomparso… e forse è proprio qui che risiede il problema. Il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la forma più evoluta del controllo non sia quella che impone, ma quella che convince.   Non ci governa il divieto ma la prestazione. Attualmente nessuno ci obbliga apertamente a correre, corriamo da soli. Ci mettiamo da soli sulla ruota del criceto, in una gabbia immaginaria che ci siamo costruiti con le nostre stesse mani, e corriamo come ossessi. Ci svegliamo controllando notifiche, statistiche, numeri, risultati; misuriamo il nostro valore attraverso la produttività, la visibilità, il consenso. Non siamo più citta...

Quando le parole si ritirano

Mi capita sempre più spesso di avere l'impressione che le conversazioni stiano diventando più veloci e, nello stesso tempo, più povere. Non necessariamente meno intelligenti: soltanto più scarne. Le persone parlano molto, scrivono tanto, ma sembrano usare un numero sempre più   limitato di parole — alcune vengono ripetute fino a consumarsi mentre altre, semplicemente, spariscono.   Quando una parola scompare, raramente ce ne accorgiamo. È un cambiamento silenzioso e per questo è difficile misurarne gli effetti. La lingua cambia costantemente, da sempre, in modo naturale, con l’evolversi della società. Sarebbe assurdo pretendere che restasse immobile, nonché il motivo della morte della lingua stessa. Ogni generazione inventa espressioni nuove, ne abbandona altre, prende in prestito vocaboli da altre lingue. È successo in ogni epoca e continuerà a succedere. Quello che mi colpisce non è, dunque, il cambiamento. È la semplificazione. Basta ascoltare una conversazione qualsiasi, legg...

Due spicci di memoria

Ho visto Due Spicci , la nuova serie di ZeroCalcare.   Nonostante una notevole (ahimè) differenza d’età, ho sentito Michele — la persona — molto vicino per sensibilità e per modo di guardare il mondo; più del personaggio — ZeroCalcare —, che pure sembra coincidere con lui…   In fondo, credo non sia esattamente così. Zero racconta ciò che Michele vede del mondo, ma lo fa mettendo al sicuro Michele dagli eccessi narrativi e, nello stesso tempo, lasciandolo libero di muoversi intorno agli spazi biografici suoi e dei suoi personaggi.   Più che veri, verosimili.   Più che autobiografia, una forma di sincerità filtrata dal racconto. Ma sto divagando. Alcune sue affermazioni mi hanno spinto a buttare giù queste righe. Quello che Michele racconta della fine dei vent’anni l’ho vissuto anch’io: la scomparsa del proprio mondo, dei riferimenti, di quella geografia emotiva che fino a quel momento sembrava immutabile. Dopo sono arrivati i trent’anni e, in modi diversi, hanno conti...

NON SPARATE SUL PIANISTA

Artisti, intellettuali nel mondo d’oggi e di domani Per tanto tempo, troppo tempo, abbiamo concesso agli artisti un particolare privilegio: l’ambiguità . Era quasi un patto implicito. Chiedevamo loro bellezza, intuizione, profondità, qualche illuminazione sul dolore umano e, magari, una frase o due capaci di restarci addosso nei giorni difficili, a cui ripensare nei momenti di introspezione. In cambio, concedevamo una certa elasticità morale. L’artista poteva essere contraddittorio, talvolta sgradevole, perfino incoerente. “È un artista”, ci dicevamo, come se il talento funzionasse da franchigia etica. Agli intellettuali abbiamo riservato qualcosa di simile: il diritto al dubbio, alla posizione sfumata, alla complessità. E forse, in tempi normali — ammesso che siano mai esistiti, dei tempi normali — era perfino giusto così. La cultura, dopotutto, vive di sfumature; la letteratura diffida delle verità troppo ordinate. Il pensiero autentico raramente ama gli slogan. Ci sono però epoche c...