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Quando le parole si ritirano


Mi capita sempre più spesso di avere l'impressione che le conversazioni stiano diventando più veloci e, nello stesso tempo, più povere. Non necessariamente meno intelligenti: soltanto più scarne.

Le persone parlano molto, scrivono tanto, ma sembrano usare un numero sempre più 

limitato di parole — alcune vengono ripetute fino a consumarsi mentre altre, semplicemente, spariscono. 

Quando una parola scompare, raramente ce ne accorgiamo. È un cambiamento silenzioso e per questo è difficile misurarne gli effetti.


La lingua cambia costantemente, da sempre, in modo naturale, con l’evolversi della società. Sarebbe assurdo pretendere che restasse immobile, nonché il motivo della morte della lingua stessa.

Ogni generazione inventa espressioni nuove, ne abbandona altre, prende in prestito vocaboli da altre lingue. È successo in ogni epoca e continuerà a succedere.

Quello che mi colpisce non è, dunque, il cambiamento. È la semplificazione.

Basta ascoltare una conversazione qualsiasi, leggere i commenti sotto una notizia o sfogliare i social. Una quantità sorprendente di esperienze diverse finisce per essere raccontata con le stesse parole. Tutto è "fantastico", "assurdo", "terribile", "imbarazzante". Tutto suscita "ansia".

Tutto è "iconico" oppure “cringe". 

Le sfumature, lentamente, si ritirano. Scompaiono. Diventa tutto piatto. 

Eppure la nostra esperienza del mondo non è diventata più semplice. Semmai è diventata molto più complessa.


Nell'Ottocento accadde quasi il contrario.

La scuola pubblica, i giornali e i libri permisero a milioni di persone di entrare in contatto con un patrimonio linguistico che prima era riservato a pochi. Nell'Italia appena unificata gran parte della

popolazione parlava soprattutto il proprio dialetto. Imparare l'italiano significava scoprire parole nuove e, insieme a esse, modi diversi di pensare. 

Ogni parola aggiunta era un piccolo ampliamento del proprio mondo.


Nel Novecento arrivarono la radio e la televisione. L'italiano diventò finalmente una lingua comune, comprensibile da Palermo a Torino. Fu una conquista straordinaria, che contribuì a ridurre le distanze culturali tra milioni di persone. 

Ma ogni conquista ha un rovescio.

La comunicazione di massa tende a privilegiare ciò che tutti comprendono immediatamente. È una necessità, non una colpa; il risultato, però, è che il linguaggio si standardizza. Alcune parole vengono usate sempre di più, altre sempre di meno.


Con Internet il processo è accelerato vertiginosamente.

Non credo che oggi conosciamo meno parole di ieri. I linguisti, infatti, distinguono il vocabolario che una persona possiede da quello che utilizza davvero. Ed è proprio quest'ultimo che sembra restringersi. 

Per cavarsela nella vita quotidiana bastano poche centinaia di parole. Con qualche

migliaio si affronta quasi ogni situazione. Il resto rimane inutilizzato, come una biblioteca polverosa nella quale entriamo sempre più di rado.


Tullio De Mauro ha dedicato molti studi a questo tema. Insisteva sul fatto che la ricchezza lessicale non è un lusso per intellettuali, ma uno strumento di cittadinanza. 

Comprendere un

articolo di giornale, una sentenza, un contratto o un programma politico richiede un patrimonio di parole sufficiente a coglierne le sfumature. Laddove il lessico si impoverisce, diventa più facile accontentarsi di slogan.

Ed è qui che il problema smette di essere soltanto linguistico. 

Le parole non servono soltanto a comunicare: servono a distinguere.

Se conosco una sola parola per descrivere ogni forma di paura, finirò per credere che paura, inquietudine, apprensione, panico e angoscia siano la stessa cosa. Se possiedo una sola parola per la tristezza, faticherò a riconoscere la differenza tra malinconia, nostalgia, rimpianto e

desolazione. 

Il linguaggio non fotografa semplicemente la realtà: la mette a fuoco.

Per questo continuo a pensare che Ludwig Wittgenstein avesse colto un punto essenziale quando scriveva che i limiti del nostro linguaggio coincidono con i limiti del nostro mondo. Non perché il mondo cambi, ma perché cambia il modo in cui riusciamo a comprenderlo.


Non sono nostalgico di un passato in cui tutti parlavano meglio. Quel passato, semplicemente, non è mai esistito. È un’illusione della nostalgia. 

Le emoji non sono il nemico. I meme non sono il nemico. Nemmeno la brevità lo è.

Il problema nasce quando rinunciamo alla precisione. Quando smettiamo di cercare la parola giusta perché ci basta una parola qualsiasi.

Pensare è un esercizio di distinzione. Separare ciò che sembra uguale. Riconoscere differenze. Accettare che due idee possano somigliarsi senza coincidere.


Per fare questo servono parole. Non tante per esibizione, ma quelle necessarie per non

confondere tutto con tutto. Forse il rischio più grande non è tanto che il nostro vocabolario possa diventare più piccolo quanto che, insieme alle parole, si restringa anche la nostra disponibilità alla complessità.

Una società con poche parole può continuare a parlare moltissimo. Può discutere ogni giorno. Può perfino urlare. Ma rischia di capire sempre meno.

Ed è difficile difendere la libertà quando non possediamo più le parole necessarie per

riconoscerla, raccontarla e, se necessario, difenderla.

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