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Le sedie vuote

Ci sono sedie che continuano ad aspettare qualcuno anche quando quel qualcuno ha smesso di tornare.


Non parlo delle sedie dei bar o dei ristoranti. Quelle vengono occupate da un cliente dopo l'altro e sembrano non conservare memoria. Parlo delle sedie di casa. Quelle che imparano il peso delle persone.

C'è la sedia dove tuo padre leggeva il giornale. Quella dove tua madre sbucciava la frutta parlando del più e del meno. Quella che nessuno osava occupare perché, senza che fosse mai stato deciso, apparteneva sempre alla stessa persona.

Poi, un giorno, quella persona non c'è più.

La sedia resta.

All'inizio sembra soltanto un oggetto. Con il tempo, però, diventa qualcos'altro. Ogni volta che entri nella stanza la guardi con la coda dell'occhio. Ti aspetti quasi di trovarla di nuovo occupata. È una piccola illusione che dura un istante, il tempo necessario perché la realtà rimetta ogni cosa al suo posto.

Mi sono chiesto spesso se siano gli oggetti a custodire i ricordi o se siamo noi a depositarli dentro le cose per non doverli portare sempre addosso.

Forse è per questo che facciamo fatica a buttare via certi bicchieri sbeccati, una penna che non scrive più, una giacca fuori moda o una vecchia tazza con il manico incollato. Non ci servono. Eppure continuano ad avere un valore che nessun rigattiere potrebbe capire.

Gli oggetti non hanno memoria. Siamo noi a prestargliela.

Una fotografia è soltanto carta. Un orologio rotto è soltanto un meccanismo fermo. Una sedia è soltanto legno.

Eppure basta guardarli nel momento giusto perché ricomincino a parlare.

Forse è questo il motivo per cui le case cambiano così lentamente. Non perché ci manchi il tempo per rinnovarle, ma perché ogni cambiamento comporta una piccola separazione. E ogni separazione, anche la più banale, ci chiede di lasciare andare una parte della nostra storia.

Alla fine ho capito che non sono le sedie a restare vuote.

Siamo noi che continuiamo, per un po', a vedere seduta la persona che ci manca.

E forse è giusto così.

Perché ci sono assenze che non chiedono di essere dimenticate.

Chiedono soltanto di continuare ad avere un posto.

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