LA FABBRICA DEL CONSENSO
Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (TerzaParte)
Se la televisione ci ha insegnato cosa desiderare e i social network hanno imparato a misurare quei desideri, la domanda diventa inevitabile: che cosa accade quando questo meccanismo incontra la guerra?
La risposta è semplice e al tempo stesso inquietante.
La guerra continua a essere ciò che è sempre stata: morte, distruzione, interessi economici, controllo territoriale, rapporti di forza. Nel XXI secolo è diventata anche qualcos’altro: uno spettacolo permanente, un racconto in diretta, una battaglia per conquistare l’attenzione globale.
Le bombe cadono ancora sulle città e, contemporaneamente, altre bombe esplodono negli smartphone. Sono immagini e video, titoli e hashtag, narrazioni e interpretazioni… versioni concorrenti di un’unica realtà.
L’Ucraina, Gaza, la Cisgiordania, il Libano, il Venezuela, Cuba… sono luoghi reali, abitati da persone reali, sarebbe offensivo e pericoloso dimenticarlo. Ma sono anche diventati simboli, marchi geopolitici, parole che evocano immediatamente appartenenze, schieramenti, identità.
E così la complessità viene sacrificata in favore della velocità, la comprensione lascia il posto alla reazione, la conoscenza viene sostituita dalla posizione.
Bisogna essere favorevoli. Bisogna essere contrari. Bisogna scegliere.
Tutto, subito. E possibilmente in meno di duecento caratteri.
Così facendo, però, perdiamo qualcosa di essenziale: la capacità di comprendere che quasi nessuna guerra contemporanea riguarda soltanto ciò che dichiara di riguardare.
Dietro ogni conflitto, si nascondono altri conflitti.
Dietro le bandiere, ci sono i mercati.
Dietro gli eserciti, ci sono le filiere energetiche.
Dietro le ideologie, ci sono gli interessi strategici.
Dietro i proclami morali, ci sono equilibri economici, tecnologici e finanziari.
Oggi, la guerra non è più soltanto quella militare. È: economica, informativa, culturale, psicologica, cognitiva. Non si combatte soltanto per conquistare territori quanto più si combatte per conquistare percezioni e orientare emozioni. Per determinare cosa debba indignarci e cosa possa essere dimenticato.
Forse è per questo che alcune tragedie occupano le prime pagine per mesi mentre altre scompaiono quasi immediatamente dall’orizzonte mediatico: non perché esistano vittime di serie A e vittime di serie B ma perché l’attenzione è diventata una risorsa economica. E, come tutte le risorse economiche, viene distribuita, amministrata e contesa.
Anche il dolore è entrato a far parte del mercato. Pure la sofferenza compete per ottenere visibilità. Nel frattempo decine di conflitti continuano a consumarsi lontano dalle telecamere. Intere popolazioni sprofondano nell’oblio mediatico. Eppure, non esistono abbastanza da interrompere il flusso delle nostre notifiche.
La vera novità del nostro tempo non è la guerra… la guerra accompagna la storia dell’umanità da sempre.
La novità è che oggi il fronte passa attraverso le coscienze, gli algoritmi, i sistemi che decidono cosa vedremo, cosa ignoreremo e quanto a lungo resteremo indignati.
Forse Byung-Chul Han direbbe che anche qui la coercizione ha cambiato forma: non ci viene imposto cosa pensare, ci viene suggerito cosa guardare. E ciò che guardiamo abbastanza a lungo finisce quasi sempre per determinare ciò che pensiamo.
Per questo la battaglia più importante potrebbe non essere quella che si combatte nei territori contesi. Potrebbe, invece, essere quella che si combatte dentro la nostra capacità di distinguere informazione e propaganda, conoscenza e rumore, realtà e rappresentazione. Perché una società che rinuncia a comprendere diventa inevitabilmente una società che può essere guidata. E una società che può essere guidata finisce spesso per credere di aver scelto liberamente la propria direzione.
Anche quando qualcuno l’ha scelta al posto suo.
Forse il problema non è che siamo diventati pubblico. Il problema è che continuiamo a considerarci cittadini. E tra le due cose passa la stessa differenza che c’è tra partecipare e limitarsi a guardare.

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