Passa ai contenuti principali

A che età non sei più un debuttante?

 Bella domanda. E un po’ crudele, pure.


Formalmente, smetti di essere debuttante il giorno dopo il debutto. Ma nella vita non funziona quasi mai così.

Ci sono ventenni che si comportano da veterani senza aver mai rischiato nulla, e sessantenni che sono ancora debuttanti perché hanno il coraggio di ricominciare, ogni volta da capo. Un disco nuovo, un libro, un palco diverso, una lingua nuova, un amore nuovo, un lavoro nuovo, una città nuova: ogni volta si torna principianti. E forse meno male.

Nel mestiere artistico, quello che in qualche modo mi riguarda, è quasi una condizione permanente: puoi avere una vita di canzoni sulle spalle e sentirti comunque al primo giorno davanti a qualcosa che conta davvero. Ogni progetto importante ti rimette in discussione. Ti fa fare quella domanda imbarazzante: “Ma io sono capace davvero?”

Forse si smette di essere debuttanti quando si smette di avere paura del giudizio. Oppure — peggio — quando si smette di avere curiosità. E lì il rischio non è più sembrare inesperti. È diventare ripetitivi.

Per come la vedo io, c’è una differenza tra essere debuttanti ed essere esordienti.
L’esordiente debutta una volta.
Il debuttante, quello vero, debutta ogni volta che prova a dire qualcosa di autentico.

A una certa età non smetti di essere debuttante.
Smetti solo di fingere che l’insicurezza sia una novità.
E sali sul palco lo stesso.

“Si smette di essere debuttanti il giorno in cui non si rischia più niente. E non è una buona notizia.”

Commenti

Post popolari in questo blog

Quando le parole si ritirano

Mi capita sempre più spesso di avere l'impressione che le conversazioni stiano diventando più veloci e, nello stesso tempo, più povere. Non necessariamente meno intelligenti: soltanto più scarne. Le persone parlano molto, scrivono tanto, ma sembrano usare un numero sempre più   limitato di parole — alcune vengono ripetute fino a consumarsi mentre altre, semplicemente, spariscono.   Quando una parola scompare, raramente ce ne accorgiamo. È un cambiamento silenzioso e per questo è difficile misurarne gli effetti. La lingua cambia costantemente, da sempre, in modo naturale, con l’evolversi della società. Sarebbe assurdo pretendere che restasse immobile, nonché il motivo della morte della lingua stessa. Ogni generazione inventa espressioni nuove, ne abbandona altre, prende in prestito vocaboli da altre lingue. È successo in ogni epoca e continuerà a succedere. Quello che mi colpisce non è, dunque, il cambiamento. È la semplificazione. Basta ascoltare una conversazione qualsiasi, legg...

LA PRIGIONE PERFETTA - LA FABBRICA DEL CONSENSO (Prima Parte)

  LA FABBRICA DEL CONSENSO Dalla televisione che abbronza alla guerra dell’attenzione (Prima Parte) Come siamo diventati i sorveglianti di noi stessi Per secoli, il potere ha avuto un volto riconoscibile. Che fosse un re, uno Stato, una Chiesa, un padrone o un partito. Era qualcuno che ci dicesse cosa fare, cosa pensare, cosa desiderare.   Oggi, quel volto sembra scomparso… e forse è proprio qui che risiede il problema. Il filosofo Byung-Chul Han sostiene che la forma più evoluta del controllo non sia quella che impone, ma quella che convince.   Non ci governa il divieto ma la prestazione. Attualmente nessuno ci obbliga apertamente a correre, corriamo da soli. Ci mettiamo da soli sulla ruota del criceto, in una gabbia immaginaria che ci siamo costruiti con le nostre stesse mani, e corriamo come ossessi. Ci svegliamo controllando notifiche, statistiche, numeri, risultati; misuriamo il nostro valore attraverso la produttività, la visibilità, il consenso. Non siamo più citta...

NON SPARATE SUL PIANISTA

Artisti, intellettuali nel mondo d’oggi e di domani Per tanto tempo, troppo tempo, abbiamo concesso agli artisti un particolare privilegio: l’ambiguità . Era quasi un patto implicito. Chiedevamo loro bellezza, intuizione, profondità, qualche illuminazione sul dolore umano e, magari, una frase o due capaci di restarci addosso nei giorni difficili, a cui ripensare nei momenti di introspezione. In cambio, concedevamo una certa elasticità morale. L’artista poteva essere contraddittorio, talvolta sgradevole, perfino incoerente. “È un artista”, ci dicevamo, come se il talento funzionasse da franchigia etica. Agli intellettuali abbiamo riservato qualcosa di simile: il diritto al dubbio, alla posizione sfumata, alla complessità. E forse, in tempi normali — ammesso che siano mai esistiti, dei tempi normali — era perfino giusto così. La cultura, dopotutto, vive di sfumature; la letteratura diffida delle verità troppo ordinate. Il pensiero autentico raramente ama gli slogan. Ci sono però epoche c...