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Una cosa alla volta - Antica pratica ormai considerata sovversiva - II

 II. Una cosa alla volta. Ogni tanto.

A questo punto sarebbe facile concludere che stavamo meglio prima. È una conclusione molto comoda, soprattutto perché il passato possiede l’enorme vantaggio di non poter replicare.

Ma non è vero.

Il multitasking ha anche migliorato molte parti della nostra vita. Possiamo ascoltare musica mentre svolgiamo un lavoro ripetitivo, seguire un podcast durante un viaggio, parlare con una persona lontana mentre prepariamo la cena. Possiamo sfruttare tempi che altrimenti sarebbero soltanto attese, alternare attività diverse, raccogliere informazioni mentre lavoriamo, passare rapidamente da uno strumento all’altro. In molti mestieri questa capacità non è nemmeno una scelta: è il modo in cui funziona ormai il lavoro.

E non c’è niente di particolarmente nobile nel rimpiangere un passato nel quale, durante un viaggio di sei ore, l’unica forma di intrattenimento disponibile poteva essere il signore seduto di fronte che decideva di raccontarci la propria operazione alla prostata.

Il problema comincia quando una possibilità diventa l’unica modalità che conosciamo.

Non si tratta quindi di scegliere fra passato e presente, fra concentrazione e multitasking, fra il libro di carta e lo smartphone. Si tratta forse di imparare a distinguere i momenti.

Ci sono attività che sopportano benissimo la compagnia di qualcos’altro. Stirare ascoltando musica non costituisce, almeno per quanto mi riguarda, un attentato alla qualità della stiratura. Camminare ascoltando un podcast può trasformare uno spostamento in un momento interessante. Cucinare con la radio accesa può essere piacevole. Alcune attività ripetitive sembrano fatte apposta per lasciare libera una parte della mente.

Altre, invece, chiedono qualcosa di diverso.

Chiedono di esserci.

E forse possiamo ancora concederglielo.

Non occorre organizzare ritiri spirituali o dichiarare guerra alla tecnologia. Potremmo semplicemente lasciare, dentro giornate inevitabilmente affollate e simultanee, qualche piccola zona sottratta alla sovrapposizione.

Un lavoro manuale, per esempio.

Riparare qualcosa, cucinare senza uno schermo davanti, occuparsi di una pianta, montare un mobile, disegnare, impastare il pane. Le mani hanno una qualità interessante: quando devono fare qualcosa di preciso, spesso riescono a convincere anche la testa a rimanere nei paraggi.

Oppure riordinare.

Non il grande riordino esistenziale nel quale bisogna liberarsi di tutti gli oggetti che non ci procurano gioia. Mi accontenterei di una scrivania.

Prendere le cose una alla volta, decidere dove metterle, buttare ciò che non serve, ritrovare quello che cercavamo da sei mesi e scoprire inevitabilmente tre oggetti dei quali ignoravamo completamente l’esistenza. Non è produttività. O almeno non soltanto. È un gesto circoscritto, con un inizio e una fine, qualità diventata sorprendentemente rara.

Si può leggere un libro.

Non per finirlo.

Non per aggiungerlo all’elenco dei libri letti.

Non per fotografarne la copertina accanto a una tazza di caffè.

Leggerlo.

Dieci pagine possono bastare. Ma soltanto quelle dieci.

E poi c’è un’attività ancora più radicale.

Oziare.

Non riposarsi per tornare più produttivi. Non fare una pausa strategica per aumentare le prestazioni successive. Non praticare il dolce far niente perché qualche studio ha dimostrato che migliora la creatività.

Oziare perché sì.

Guardare fuori dalla finestra. Sedersi su una panchina. Bere qualcosa senza fotografarlo. Camminare senza sapere esattamente dove andare. Lasciare che per mezz’ora il tempo non debba giustificare la propria esistenza producendo un risultato.

Forse la mediazione fra il mondo di prima e quello di adesso sta proprio qui.

Non rinunciare alla velocità, alle connessioni, alla possibilità di fare più cose insieme quando ci servono. Sarebbe assurdo fingere che non abbiano reso molte attività più semplici, più ricche e persino più piacevoli.

Ma conservare qualche territorio nel quale la velocità non entri.

Non dobbiamo scegliere tra essere persone multitasking e monaci amanuensi. Possiamo rispondere a tre mail mentre aspettiamo un treno e, un’ora dopo, leggere venti pagine senza guardare il telefono. Possiamo ascoltare un podcast mentre sistemiamo casa e poi spegnerlo per continuare a sistemarla in silenzio. Possiamo attraversare una giornata piena di finestre aperte e decidere, a un certo punto, di chiuderle tutte tranne una.

Forse il lusso contemporaneo non consiste nell’avere più tempo. E neppure nel riuscire a fare più cose dentro lo stesso tempo.

Consiste nel poter scegliere che cosa farne.

Anche sprecarlo.

Anche annoiarsi.

Anche dedicare mezz’ora a qualcosa che non produce niente, non insegna niente, non migliora niente e non può essere inserito in un curriculum.

Una cosa alla volta non deve tornare a essere una regola.

Sarebbe sufficiente che tornasse a essere una possibilità.

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