I. L’arte di essere dappertutto
C’è stato un tempo in cui si faceva una cosa alla volta. Non è necessario risalire al Medioevo, anche se ormai l’idea sembra appartenere più o meno alla stessa epoca delle candele, dei messaggeri a cavallo e delle lettere che impiegavano tre settimane per arrivare. Semplicemente, si mangiava mentre si mangiava, si camminava mentre si camminava e, quando qualcuno parlava, capitava persino di ascoltarlo senza controllare nel frattempo se fosse arrivato un messaggio.
Non era necessariamente un mondo migliore. Era soltanto un mondo nel quale molte attività possedevano ancora il diritto di occupare da sole qualche minuto della nostra vita.
Oggi questo privilegio è diventato raro. Mangiamo guardando una serie, camminiamo ascoltando un podcast, cuciniamo rispondendo ai messaggi, guardiamo la televisione tenendo il telefono a portata di mano e lavoriamo davanti a uno schermo sul quale convivono posta elettronica, documenti, notifiche, messaggistica e almeno quattro finestre che non ricordiamo più perché abbiamo aperto.
Abbiamo imparato a chiamarlo multitasking e la parola gli conferisce immediatamente un aspetto professionale. Sembra una competenza da inserire nel curriculum: capacità di gestire contemporaneamente più attività. Tradotto nella vita quotidiana significa che siamo diventati bravissimi a fare quattro cose nello stesso momento, con il considerevole vantaggio di poterle fare tutte e quattro male.
Il punto, però, non è stabilire se siamo davvero capaci di svolgere più attività contemporaneamente. In molti casi lo siamo sempre stati. Si può camminare parlando, cucinare ascoltando musica, guidare conversando con un passeggero. Il cambiamento interessante è un altro: la simultaneità non è più soltanto una possibilità, è diventata un’abitudine. E forse qualcosa di più. Una specie di insofferenza verso tutto ciò che pretende la nostra attenzione esclusiva.
Un film di due ore, per esempio, sembra ormai avanzare una richiesta sproporzionata. Dopo venti minuti qualcuno prende il telefono per controllare chi sia quell’attore. Scopre che è nato nel 1978, che ha avuto tre mogli e che la seconda ha recitato in una serie televisiva di cui aveva completamente dimenticato l’esistenza. A quel punto cerca la serie, trova un’intervista, legge due commenti e, quando finalmente torna al film, uno dei protagonisti è morto. Non sappiamo come né perché, ma in compenso conosciamo parecchie cose sulla vita sentimentale dell’attore.
Lo stesso accade durante le conversazioni. Il telefono viene appoggiato sul tavolo, magari con lo schermo rivolto verso il basso, gesto che ha assunto quasi il valore simbolico di una dichiarazione: sono qui, ti ascolto. Poi vibra. Basta quel piccolo rumore perché una parte della nostra attenzione abbandoni immediatamente la persona che abbiamo davanti. Continuiamo ad annuire, naturalmente. Siamo diventati piuttosto bravi anche in questo. Manteniamo un’espressione interessata mentre una zona del cervello si interroga sulla natura della notifica. Potrebbe essere importante. Potrebbe essere urgente. Potrebbe essere nostra figlia, il medico, la banca, una comunicazione decisiva. Alla fine controlliamo. È il supermercato che ci informa che il tonno è in offerta.
Sarebbe facile dare tutta la colpa al telefono, ma sarebbe anche troppo comodo. Il telefono non ci obbliga a prenderlo. Semmai ha trovato terreno fertile in una trasformazione già avvenuta: abbiamo progressivamente riempito ogni intervallo disponibile. L’attesa, il silenzio, la noia, perfino quei pochi minuti durante i quali un tempo non succedeva assolutamente niente sono diventati spazi da occupare.
Aspettiamo l’autobus e leggiamo. Camminiamo e ascoltiamo. Facciamo la fila e scorriamo uno schermo. Cuciniamo con un video in sottofondo. Mangiamo davanti a una serie. Persino alcune attività che per millenni l’umanità era riuscita a svolgere senza particolare assistenza tecnologica richiedono ormai una connessione internet. Non serve specificare quali: ciascuno può condurre autonomamente la propria indagine antropologica.
La questione interessante è capire perché una cosa sola abbia cominciato a sembrarci così poco.
Forse abbiamo assimilato l’idea che ogni minuto debba essere utilizzato. Il tempo vuoto viene percepito come tempo sprecato e il multitasking offre la sensazione rassicurante di sfruttarlo meglio. Se ascolto un podcast mentre cammino, sto facendo due cose invece di una. Se rispondo alle mail mentre pranzo, recupero tempo. Se telefono mentre guido, ottimizzo uno spostamento. Se guardo qualcosa mentre mangio, evito che quei venti minuti rimangano scandalosamente dedicati soltanto al pranzo.
Seguendo questa logica, alla fine della giornata dovremmo aver accumulato una quantità impressionante di tempo risparmiato. Da qualche parte devono esserci ore intere che ci spettano. Non è chiaro dove vengano conservate. Probabilmente insieme ai punti del supermercato.
In realtà, più che guadagnare tempo, abbiamo imparato a saturarlo.
Ed è una differenza importante.
Non sopportiamo facilmente che rimanga uno spazio inutilizzato, perché in quello spazio può accadere qualcosa che abbiamo progressivamente disimparato a frequentare: niente.
Basta osservare ciò che succede in un bar. Una persona entra da sola, ordina, si siede e quasi immediatamente prende il telefono. Non necessariamente perché debba fare qualcosa. Il gesto è automatico. Stare seduti semplicemente bevendo e guardando ciò che accade intorno sembra ormai una condizione insolita, quasi sospetta. Una persona sola che guarda uno schermo è evidentemente occupata; una persona sola che guarda fuori dalla finestra potrebbe avere qualche problema. Oppure essere uno scrittore, che spesso è più o meno la stessa cosa.
Eppure proprio quei momenti apparentemente inutili hanno svolto per molto tempo una funzione importante. Guardare le persone, ascoltare involontariamente una conversazione al tavolo accanto, seguire con gli occhi qualcuno che attraversa la strada, lasciare vagare il pensiero senza una destinazione precisa. Non producevano niente di immediatamente misurabile, ma permettevano all’attenzione di muoversi senza essere continuamente guidata da uno stimolo.
La perdita forse non riguarda quindi soltanto la capacità di concentrarsi. Riguarda qualcosa di più semplice e, nello stesso tempo, più difficile da definire: la presenza.
Essere interamente dove siamo.
Non nel senso vagamente mistico che la parola ha assunto dopo anni di meditazioni guidate, corsi motivazionali e fotografie di persone sedute davanti a un tramonto. In un senso molto più elementare. Se sto mangiando, accorgermi di quello che sto mangiando. Se cammino, vedere la strada. Se leggo, rimanere abbastanza a lungo dentro una pagina perché quella pagina abbia qualche possibilità di raggiungermi. Se qualcuno mi parla, non trascorrere metà del tempo preparando mentalmente ciò che risponderò appena avrà finito.
Sembra poco. Eppure è diventato sorprendentemente difficile.

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