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Scrivere con l’IA senza farsi scrivere dall’IA

C’è stato un tempo in cui lo scrittore fissava il foglio bianco per tre ore. Oggi può chiedere all’intelligenza artificiale cinquanta incipit in dodici secondi e trascorrere le successive tre ore a decidere che non gliene piace nessuno. Il progresso esiste.

L’intelligenza artificiale è ormai entrata anche nella scrittura. Corregge, suggerisce, riassume, traduce, cerca alternative, propone strutture, cambia registri, inventa titoli. Se glielo chiediamo con sufficiente convinzione può probabilmente trasformare la lista della spesa in un racconto nello stile di Dostoevskij, anche se resta da capire perché qualcuno dovrebbe voler leggere Delitto e detersivo.

La domanda, quindi, non è più se utilizzare l’IA per scrivere. È come utilizzarla senza smettere di scrivere.

Tra usare uno strumento e delegargli il proprio lavoro esiste una differenza sostanziale. Il correttore ortografico non ci ha impedito di imparare l’italiano, almeno non sempre. Il dizionario non ha scritto romanzi al posto nostro. Google non ha eliminato la necessità di conoscere qualcosa, anche se qualche volta ha dato questa impressione. L’intelligenza artificiale introduce però un elemento diverso: non si limita a mettere a disposizione uno strumento, ma ci risponde. E risponde molto bene.

È disponibile a qualsiasi ora, non sbuffa, non dice «questa parte non funziona» per poi andare a prepararsi un caffè e, soprattutto, possiede una qualità rarissima negli esseri umani: può sopportare cento versioni dello stesso paragrafo senza cominciare a odiarci. Per chi scrive è una tentazione formidabile. Ed è proprio qui che comincia la parte interessante.

Un interlocutore, non un sostituto

L’intelligenza artificiale può essere un ottimo interlocutore. Possiamo chiederle se un ragionamento presenta contraddizioni, se un passaggio è poco chiaro, se stiamo ripetendo troppo spesso la stessa parola, se esistono alternative a una struttura o se manca un’obiezione importante alla nostra tesi.

Possiamo usarla soprattutto per esplorare. Chiederle cosa accadrebbe raccontando una storia da un altro punto di vista, quale sia il punto debole di un’argomentazione, che cosa stiamo dando per scontato. Sono domande preziose perché non chiedono alla macchina di pensare al posto nostro: le chiedono di costringerci a pensare ancora.

Possiamo affidarle una prima revisione, farle individuare ridondanze, incongruenze e passaggi troppo lunghi. Possiamo persino discutere con lei di una parola per mezz’ora. La macchina non si offenderà. Noi probabilmente sì, ma persino questo può essere utile.

Il confine comincia a diventare meno netto quando la domanda passa da «aiutami a capire meglio quello che voglio dire» a «dimmi cosa devo dire». Nel primo caso l’IA amplia il processo creativo; nel secondo rischia di sostituirsi a una parte essenziale di quel processo.

E la differenza non sta necessariamente nel numero di parole che ha prodotto la macchina, ma nel numero di decisioni alle quali abbiamo rinunciato noi.

La perfezione è sospetta

L’intelligenza artificiale possiede una straordinaria capacità di produrre testi plausibili. Ed è forse questo il suo limite più interessante. Un testo può essere corretto, equilibrato, ordinato, grammaticalmente impeccabile. Ogni concetto al posto giusto, ogni paragrafo della lunghezza appropriata, introduzione, sviluppo e conclusione.

Una meraviglia.

Qualche volta sembra scritto da una persona che non ha mai avuto una cattiva giornata.

Ed è lì che comincio a preoccuparmi.

La scrittura umana è fatta anche di deviazioni, fissazioni, contraddizioni, parole utilizzate contro il buon senso, periodi troppo lunghi che devono essere lunghi proprio perché chi li scrive, in quel momento, non vuole respirare. È fatta di errori, non necessariamente grammaticali. Errori di percorso.

Un autore può cominciare parlando di una finestra e scoprire tre pagine dopo che stava parlando di suo padre. Una macchina può certamente riprodurre quella deviazione, forse persino inventarne una bellissima. Ma è l’autore che deve sapere perché quella finestra è diventata suo padre. Altrimenti abbiamo costruito un effetto, non necessariamente trovato qualcosa.

Questo non significa trasformare l’imperfezione in una garanzia di autenticità. Un brutto testo umano rimane un brutto testo umano. Non diventa prezioso soltanto perché nessun algoritmo è stato maltrattato durante la sua realizzazione. Ma eliminare sistematicamente ogni asperità significa rischiare di eliminare proprio ciò che rende riconoscibile una voce.

La voce non è uno stile

È relativamente facile chiedere a un’intelligenza artificiale di produrre un testo ironico, poetico, giornalistico, malinconico. Più difficile è chiederle di essere noi, perché la voce di un autore non è una collezione di caratteristiche stilistiche.

È ciò che ha letto e ciò che ha dimenticato. È la città nella quale è cresciuto, le persone incontrate e quelle perdute, le convinzioni che ha cambiato, le figuracce, le paure, le ossessioni, le cose sulle quali continua a tornare senza sapere esattamente perché. È persino ciò che decide di non raccontare.

Una macchina può riconoscere le ricorrenze di una voce e riprodurne alcune caratteristiche. Può diventare molto brava a farlo. Ma la responsabilità di quella voce resta nostra.

Forse il confine passa proprio da qui: l’IA può suggerirmi dieci modi migliori di scrivere una frase. Io devo essere ancora capace di scegliere l’undicesimo.

Quello peggiore.

Quello che però somiglia a me.

Non perché essere se stessi significhi rifiutare qualsiasi correzione. Al contrario: scrivere significa anche riscrivere, tagliare, ascoltare un editor, accettare che una frase alla quale siamo affezionati non funzioni. Ma alla fine del processo deve esserci ancora qualcuno capace di distinguere tra una frase migliore e una frase propria. Le due cose, fortunatamente o purtroppo, non coincidono sempre.

E poi bisogna controllare

Esiste anche un aspetto molto meno romantico, ma fondamentale. L’intelligenza artificiale può sbagliare. Può attribuire una frase alla persona sbagliata, confondere una data, ricostruire male un fatto, presentare come certo ciò che certo non è. Può persino produrre una risposta molto convincente mentre sta dicendo una sciocchezza.

In questo, bisogna riconoscerlo, ha imparato magnificamente dagli esseri umani.

Utilizzarla nella ricerca non significa quindi rinunciare alla verifica. Dovrebbe significare esattamente il contrario. Più uno strumento rende semplice ottenere un’informazione, maggiore dovrebbe diventare la nostra responsabilità nel controllarla.

Una citazione va verificata, una fonte va letta, un numero controllato. Un fatto storico non diventa vero perché compare in un paragrafo scritto magnificamente. La velocità con cui possiamo produrre contenuti non dovrebbe trasformarsi nella velocità con cui produciamo errori.

È una distinzione particolarmente importante perché la fluidità del linguaggio genera facilmente un’illusione di autorevolezza. Una frase ben costruita ci sembra più credibile di una frase esitante. Ma la sintassi non è una prova documentale e l’eleganza non certifica la verità.

Chi firma è responsabile

Alla fine rimane una questione molto semplice: chi è l’autore?

Non credo che la risposta possa dipendere dalla quantità di intelligenza artificiale utilizzata, come se esistesse un etilometro letterario capace di stabilire che fino allo 0,5 per cento siamo ancora sobriamente autori e oltre quella soglia dobbiamo consegnare la tastiera.

La questione riguarda piuttosto le decisioni. Chi ha avuto qualcosa da dire? Chi ha scelto il punto di vista? Chi ha deciso la struttura? Chi ha scartato una soluzione perfetta perché non gli apparteneva? Chi ha verificato ciò che era vero? Chi ha deciso che il testo era finito?

E soprattutto: chi è disposto a risponderne?

Forse è questa la parola che manca più spesso nel dibattito sull’intelligenza artificiale e la scrittura: responsabilità.

Se firmo un testo, quel testo è mio. Questo vale per le intuizioni riuscite e per le banalità, per una frase felice e per una citazione falsa, per un ragionamento intelligente e per uno stupido. Non posso attribuire alla macchina una posizione che non condivido o un errore che non ho controllato.

«L’ha scritto l’IA» non è una giustificazione.

È semmai una confessione.

Ed è proprio la responsabilità a rendere meno interessante la ricerca ossessiva di una percentuale di intervento umano o artificiale. Un autore ha sempre lavorato con strumenti, fonti, letture, editor, correttori, conversazioni, suggerimenti e influenze. L’IA aggiunge a questo processo uno strumento infinitamente più potente e invasivo, e proprio per questo richiede maggiore consapevolezza, non minore.

Il rischio non è la macchina

L’intelligenza artificiale può rendere chi scrive più veloce. Può aiutarlo a vedere ciò che non vede, diventare editor, contraddittore, assistente, archivista, sparring partner. Può liberarci da una parte del lavoro meccanico e lasciarci più tempo per quello creativo.

A una condizione: dobbiamo continuare a essere noi la parte difficile del processo.

Quella che dubita, sceglie, cambia idea, verifica. Quella che elimina una frase bellissima perché è falsa e conserva una frase un po’ storta perché è vera. Quella che, davanti a una soluzione formalmente perfetta, può ancora dire che non funziona senza riuscire immediatamente a spiegare perché.

Il vero rischio dell’intelligenza artificiale nella scrittura, allora, non è che impari a scrivere meglio di noi. In molte attività probabilmente lo farà, o forse lo sta già facendo. Il rischio è che scriva abbastanza bene da convincerci che non abbiamo più bisogno di scrivere noi.

Sarebbe un peccato. Non tanto per gli scrittori quanto per la scrittura.

Possiamo insegnare a una macchina regole, stili, strutture e metterle a disposizione una quantità di parole che nessun essere umano potrebbe leggere nell’arco di una vita. Poi rimane quella piccola, irritante e meravigliosa parte del lavoro nella quale qualcuno deve ancora guardare una frase e dire:

«No. Non così. Così lo sento io.»

Finché quella decisione rimane nostra, possiamo tranquillamente continuare a scrivere insieme alle macchine.

Quando smetteremo di prenderla, il problema non sarà più stabilire se l’intelligenza artificiale sappia scrivere.

Sarà capire perché abbiamo rinunciato a farlo noi.

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