Sono intorno a me, li sento.
Si muovono in silenzio, con quella compostezza che ha il fumo dopo l’incendio:non fanno più danni, apparentemente, ma restano lì.
Facce candide, anime opache.
Mi somigliano pure un po’.
(Cazzo. Devo dormire meglio.)
Sono intorno a me, li sento.
Fanno quel che vogliono, e vogliono che si sappia.
Promettono per sport, mantengono per errore.
Sono sicuri di sé:
ogni mattina si autolegittimano allo specchio: “Se non io, chi?”
E lo specchio, poverino, vorrebbe rispondere:
“Chiunque altro, grazie.”
Ma loro non ascoltano.
Anzi zittiscono, infastiditi.
Come se la realtà fosse una notifica da disattivare.
Gli piacciono molto le mani,
prolungamenti carnosi di un potere molliccio
forte con i deboli, deboli con i padroni.
applaudono, brandiscono manganelli,
e appena finito, le stringono in abbracci laidi, mollicce.
Non sono mani: sono salsicce.
Pregano, si inginocchiano, si segnano.
E subito dopo firmano petizioni per lo sgombero dei poveri cristi.
Cristiani a tempo determinato:
orario 9-11, esclusi festivi e migranti.
Un labirinto di pose, posture e post-verità.
“la libertà è partecipazione - diceva Gaber -
ma loro partecipano solo al buffet”.
Sono intorno a me, li sento.
Si avvicinano e si allontanano,
come in un valzer delle nullità:
un-due-tre, un-due-tre…
Pestano piedi, anime, possibilità.
E sorridono pure.
E io?
Li guardo, li studio, li annuso.
Sono intorno a me.
Li sento.

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