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Qualcuno deve pur portare l’acqua

A volte ho l’impressione che il mondo si sia svegliato dentro un film post-apocalittico, solo che nessuno ha avvisato gli attori. C’è chi corre come in Mad Max, in cerca di benzina, acqua e gloria, e chi, come in Codice Genesi, attraversa il deserto portando con sé un libro che forse nessuno legge più. Nel frattempo qualcuno controlla il telefono per vedere se nel deserto prende il 5G.

La sensazione non nasce tanto dalle immagini di distruzione che ogni giorno attraversano i nostri schermi. Quelle, purtroppo, sono reali. Nasce piuttosto dal contrasto tra quelle immagini e la normalità nella quale continuano ad arrivarci. Guerre, città distrutte, popolazioni in fuga, crisi ambientali e nuove emergenze convivono nello stesso flusso con pubblicità, ricette, offerte speciali, fotografie delle vacanze e cani che fanno cose divertenti. Una tragedia può comparire mentre aspettiamo che arrivi la pizza e scomparire con un movimento del pollice.

Non siamo diventati improvvisamente insensibili. Più probabilmente nessun essere umano è stato progettato per ricevere ogni giorno una simile quantità di dolore proveniente contemporaneamente da ogni parte del pianeta. Per difenderci impariamo a scorrere, dimenticare, passare alla notizia successiva. È una forma di sopravvivenza. Il problema comincia quando sopravvivere diventa l’unica cosa che sappiamo fare.

È qui che quei vecchi scenari cinematografici diventano interessanti. Nei film post-apocalittici le cose hanno generalmente un valore molto chiaro: l’acqua serve per bere, il carburante per muoversi, il cibo per non morire. Nel nostro mondo, molto più confortevole e molto più complicato, rischiano invece di consumarsi proprio le cose che non possono essere pesate o conservate in una tanica.

A consumarsi sono soprattutto le parole.

Libertà, pace, verità, giustizia, comunità, futuro. Continuiamo a usarle nei discorsi politici, nella pubblicità, sui social, nelle dichiarazioni ufficiali. Le adoperiamo così spesso e per significare cose così diverse che rischiano di assomigliare ai cartelli arrugginiti lasciati lungo una strada: le scritte si leggono ancora, ma non siamo più sicuri della direzione che indicano.

È una particolare forma di desertificazione. Non manca l’acqua, manca il significato.

Quando il significato scarseggia, ciascuno finisce per proteggere la propria borraccia. Le opinioni diventano appartenenze, le appartenenze trincee, le domande vengono percepite come provocazioni e il dubbio, che per secoli è stato uno dei motori della conoscenza, sembra essere diventato un difetto di carattere. Bisogna sapere tutto, possibilmente subito, e soprattutto bisogna avere un’opinione. Se non ce l’abbiamo, qualcuno è sempre disposto a fornirne una già confezionata.

In questo senso mi interessa particolarmente l’immagine centrale di Codice Genesi. In quel mondo devastato qualcuno continua a trasportare un libro. Al di là della trama e del significato specifico che quel libro assume nel film, l’immagine conserva una forza propria: un uomo porta delle parole attraverso un mondo che sembra avere problemi molto più urgenti delle parole.

Perché un libro, in un deserto, è oggettivamente poco pratico. Non disseta, non nutre, non produce energia e, se è particolarmente voluminoso, rende persino più faticoso camminare.

Lo stesso potrebbe dirsi di gran parte di ciò che chiamiamo cultura. Scrivere una canzone non produce acqua. Leggere un romanzo non riempie un serbatoio. Dipingere un quadro non ferma una guerra. Raccontare la storia di qualcuno che non c’è più non modifica il prodotto interno lordo. Dal punto di vista della pura sopravvivenza sono attività difficili da giustificare.

Eppure gli esseri umani continuano a farle proprio nei momenti peggiori. Scrivono, cantano, disegnano, conservano fotografie, nascondono libri, tramandano storie, ricordano nomi. Lo hanno fatto durante guerre, persecuzioni, migrazioni, prigionie. Non perché queste cose permettano necessariamente di sopravvivere, ma forse perché sopravvivere e vivere non sono esattamente la stessa cosa.

Non credo alla figura dell’artista come salvatore dell’umanità. È una responsabilità enorme e, soprattutto, conosco troppi artisti per affidargliela. Mi interessa qualcosa di molto più modesto: la capacità di conservare una parola quando quella parola rischia di perdere significato, raccontare una storia destinata altrimenti a scomparire, scrivere una canzone pur sapendo che quasi certamente non cambierà il mondo.

Il mondo, del resto, possiede una straordinaria capacità di non lasciarsi cambiare dalle canzoni. Qualche volta, però, le canzoni cambiano le persone. Lo fanno anche i libri, le immagini, le storie e persino una frase incontrata nel momento giusto. Non salvano il mondo. Mantengono aperta una possibilità.

Forse è questa la forma di resistenza che continuiamo a cercare in mezzo ai rottami, reali o metaforici, del nostro tempo. Non una speranza obbligatoria, quella per cui alla fine tutto deve necessariamente andare bene, ma qualcosa di meno rassicurante e più concreto: la capacità di continuare a riconoscere ciò che non è immediatamente utile.

La bellezza, per esempio. Un concetto terribilmente poco efficiente. Eppure continuiamo a cercarla: in un edificio, in una canzone, in una fotografia, in un gesto, perfino nel riflesso della luce sopra un pezzo di metallo arrugginito. Continuiamo a cercarla perché un mondo nel quale esistesse soltanto ciò che serve sarebbe probabilmente molto funzionale e completamente invivibile.

Lo stesso vale per la memoria. Ricordare non garantisce affatto che gli errori non vengano ripetuti: la storia offre una quantità imbarazzante di prove contrarie. Ma dimenticare rende certamente più facile ripeterli senza neppure accorgersene. Per questo raccontare ciò che è stato, conservare le parole e restituire un nome alle persone non è soltanto un esercizio sentimentale. È un modo per impedire che tutto diventi presente, e che il presente diventi l’unica misura possibile delle cose.

Forse non siamo davvero né eroi né superstiti. Siamo, più semplicemente, reduci di un tempo che brucia le parole più in fretta dei sogni e che ci chiede continuamente di correre: produrre, reagire, commentare, scegliere, consumare, schierarci. Fermarsi a guardare rischia quasi di sembrare un atto di disobbedienza.

Eppure potrebbe essere proprio quello il momento in cui torniamo ad accorgerci di ciò che stiamo perdendo.

Non so se stiamo vivendo la fine di un mondo. Ogni generazione, prima o poi, ha probabilmente avuto questa impressione e il mondo ha avuto la maleducazione di continuare senza chiederle il permesso. So però che esistono periodi nei quali diventa più difficile difendere ciò che non produce risultati immediati: la memoria, la cura, il dubbio, la curiosità, la bellezza, le parole.

Tutte cose apparentemente inutili.

E tutte cose senza le quali, stranamente, ciò che è utile serve a molto poco.

Per questo continuo a trovare potente l’immagine di qualcuno che attraversa il deserto portando un libro. Non sappiamo se arriverà. Non sappiamo se dall’altra parte troverà qualcuno disposto a leggerlo. Forse non è neppure questo il punto.

Il punto è continuare a portarlo.

Scrivere, cantare, raccontare, ricordare non salverà necessariamente il mondo. Ma può contribuire a conservare qualcosa per cui valga ancora la pena salvarlo.

Perché, dopotutto, in ogni deserto arriva un momento in cui qualcuno deve pur portare l’acqua.

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