Abbiamo smesso di annoiarci. E forse era un errore.
C’è stato un tempo in cui annoiarsi era perfettamente normale. Non piacevole, naturalmente. Nessuno tornava a casa entusiasta dicendo: «Ho passato un pomeriggio magnifico, non è successo assolutamente niente». Ma la noia faceva parte della giornata come le attese, le code e le domeniche pomeriggio.
Si aspettava un autobus guardando passare le automobili. Si stava nella sala d’attesa del medico leggendo per la diciassettesima volta un manifesto sull’ipertensione. In treno si guardava fuori dal finestrino. Al bar, se la persona che aspettavamo era in ritardo, osservavamo quella seduta al tavolo accanto e, con la discrezione che ha sempre contraddistinto il genere umano, ascoltavamo quello che diceva.
Qualche volta non facevamo proprio niente.
Oggi questa eventualità sembra quasi scomparsa. Ogni intervallo può essere riempito. Bastano trenta secondi e la mano cerca automaticamente il telefono. Messaggi, notizie, video, posta elettronica, social. Se non troviamo nulla di interessante possiamo sempre controllare qualcosa che abbiamo già controllato tre minuti prima. Potrebbe essere cambiato.
Generalmente non è cambiato.
Ma controllare di nuovo ci rassicura.
La tecnologia non ha inventato la paura della noia. Ha semplicemente costruito una macchina straordinariamente efficiente per impedirci di sperimentarla.
Il risultato è che disponiamo ormai di pochissimi momenti nei quali non accade nulla. Anche gli intervalli più piccoli vengono occupati. Aspettiamo che arrivi l’ascensore e guardiamo lo schermo. Siamo fermi al semaforo e guardiamo lo schermo. Guardiamo un film e, durante una scena leggermente più lenta, guardiamo un altro schermo.
Evidentemente un solo mondo alla volta non basta più.
La questione non riguarda soltanto il tempo trascorso sui telefoni. Sarebbe troppo semplice, e probabilmente anche un po’ moralistico. Il telefono è soltanto lo strumento più efficiente di una trasformazione più profonda: abbiamo cominciato a considerare ogni tempo vuoto come un tempo sprecato.
Bisogna riempirlo.
Ascoltare qualcosa mentre camminiamo. Guardare qualcosa mentre mangiamo. Rispondere a un messaggio mentre parliamo con qualcuno. Imparare una lingua mentre facciamo ginnastica. Informarci mentre aspettiamo il dentista. Persino il riposo deve dimostrare di essere produttivo: serve a recuperare energie per tornare a lavorare meglio.
La possibilità di non fare niente è diventata sospetta.
Eppure per molto tempo proprio quel niente ha avuto una funzione importante.
Quello che succede quando non succede niente
La noia viene generalmente considerata un vuoto. Ma un vuoto non è necessariamente uno spazio inutile. Può essere anche uno spazio disponibile.
Quando non abbiamo qualcosa che occupa immediatamente l’attenzione, la mente comincia a muoversi per conto proprio. Torna su una conversazione, ricorda una persona, associa due cose apparentemente lontane, inventa una storia, costruisce un’ipotesi. Qualche volta produce pensieri assolutamente idioti, naturalmente. Non bisogna idealizzarla.
Ma anche quelli fanno parte del processo.
Molte idee nascono così: non mentre le stiamo cercando, ma mentre stiamo facendo altro o, meglio ancora, mentre non stiamo facendo niente di particolare. Camminando. Guardando dal finestrino. Aspettando.
Da bambini questa condizione era piuttosto comune. Bastavano un pomeriggio troppo lungo, qualche oggetto e nessun adulto particolarmente organizzato perché cominciasse l’immaginazione. Una scatola diventava una casa, una nave o un’automobile. Due sedie e una coperta producevano architetture che oggi richiederebbero almeno una concessione edilizia.
Non era necessariamente creatività nel senso nobile del termine. Era semplicemente la necessità di inventarsi qualcosa perché non c’era niente da fare.
Oggi siamo diventati molto più efficienti. Prima ancora che arrivi la noia abbiamo già trovato il modo di eliminarla.
Il problema è che forse, insieme alla noia, eliminiamo anche ciò che poteva venire dopo.
Pascal non aveva il Wi-Fi
La nostra insofferenza verso il vuoto, naturalmente, non nasce con lo smartphone. Pascal osservava già nel Seicento quanto fosse difficile per l’essere umano restare tranquillo in una stanza. Aveva individuato nel bisogno continuo di distrazione uno dei modi attraverso cui evitiamo di fare i conti con noi stessi.
Pascal, però, non aveva il Wi-Fi.
L’uomo contemporaneo può restare tranquillamente chiuso in una stanza per un’intera giornata. Basta che abbia una connessione sufficientemente veloce. Tecnicamente è fermo. Mentalmente attraversa guerre, ricette, polemiche, gattini, offerte commerciali, tragedie, fotografie delle vacanze altrui e un signore del Nebraska che spiega come costruire una piscina utilizzando dodici pallet.
Non è più necessario uscire per distrarsi.
La distrazione viene da noi.
E arriva con le notifiche.
Anche Leopardi aveva con la noia un rapporto molto più serio di quello che le riserviamo oggi. Per lui non era semplicemente non sapere cosa fare il sabato pomeriggio. Era legata alla sproporzione tra ciò che l’essere umano desidera e ciò che la realtà riesce a offrirgli. Una condizione tutt’altro che banale: se niente riesce a soddisfarci completamente, la noia finisce per rivelare qualcosa della nostra stessa natura.
Noi abbiamo trovato una soluzione più pratica.
Scrolliamo.
Non abbiamo risolto quella sproporzione. Abbiamo soltanto ridotto il tempo disponibile per accorgercene.
La battaglia per la nostra attenzione
C’è poi un elemento che rende la questione meno individuale di quanto sembri. Il nostro tempo vuoto ha acquistato valore economico.
L’attenzione è diventata una risorsa contesa. Ogni minuto durante il quale guardiamo qualcosa può diventare un minuto nel quale qualcuno ci mostra un contenuto, raccoglie un dato, propone un prodotto, misura una preferenza. Il minuto durante il quale guardiamo semplicemente fuori dalla finestra, invece, ha un grave difetto: è difficilmente monetizzabile.
Naturalmente nessuno ci obbliga a prendere il telefono. Lo facciamo noi. E lo facciamo perché quegli strumenti sono utili, divertenti e spesso straordinari. Ci permettono di leggere, ascoltare musica, lavorare, orientarci, parlare con persone lontane, conoscere cose che altrimenti non avremmo mai incontrato.
Il punto non è rimpiangere un passato nel quale tutti contemplavano poeticamente il tramonto. Anche allora la gente si annoiava malissimo.
Il punto è un altro: per la prima volta disponiamo di strumenti capaci di occupare praticamente ogni interstizio della nostra attenzione. E li portiamo volontariamente in tasca.
Per questo la noia sta diventando rara.
Non perché sia scomparsa, ma perché abbiamo imparato a interromperla prima che possa cominciare.
Lasciare qualche spazio vuoto
Forse non abbiamo bisogno di recuperare la noia. Sarebbe già abbastanza recuperare qualche momento nel quale non sia necessario fare qualcosa.
Camminare senza ascoltare niente. Aspettare qualcuno senza prendere immediatamente il telefono. Bere un caffè senza fotografarlo, leggerlo, commentarlo o sapere cosa sta succedendo dall’altra parte del pianeta mentre lo stiamo bevendo.
Guardare fuori dal finestrino.
Una delle attività più improduttive che siano mai state inventate.
E proprio per questo interessante.
Perché il problema non è lo smartphone. Non sono i social, le piattaforme o le notifiche prese singolarmente. Il problema comincia quando perdiamo la capacità di stare per qualche minuto senza che qualcosa chieda la nostra attenzione.
Ci siamo abituati a pensare che il vuoto debba essere riempito, che il silenzio debba essere interrotto, che l’attesa debba essere occupata.
Forse potremmo lasciare qualche buco.
Non sappiamo cosa potrebbe entrarci.
Un pensiero. Un ricordo. Un’idea. Una domanda. Magari assolutamente niente.
Anche niente andrebbe bene.
Perché forse annoiarsi significa soltanto concedere alla mente qualche minuto nel quale nessuno le dice cosa deve guardare.

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