Sono passati nove mesi.
Abbastanza perché le corone di fiori appassiscano, i titoli scendano dalle prime pagine e le dichiarazioni solenni vengano sostituite da altre dichiarazioni solenni per un’altra tragedia.
Non abbastanza perché certe domande abbiano trovato risposta.
Il dolore non è universale.
È selettivo.
Dipende dal luogo, dal contesto, dal passaporto di chi muore e, soprattutto, dall’utilità politica della sua morte.
Almeno, di questo cercano continuamente di convincerci.
Nove mesi fa, in Svizzera, decine di giovani vite finirono durante una notte che doveva essere una festa, non una trappola.
Si disse che le responsabilità sarebbero state chiarite.
Come sempre.
La giustizia ha i suoi tempi. La coscienza dovrebbe averne di più brevi.
Quello che colpiva allora, e continua a colpire oggi, era il cordoglio improvviso di chi, davanti ad altri morti, aveva trovato parole molto diverse.
Danni collaterali.
Necessità militari.
Conseguenze inevitabili.
Effetti di una guerra che nessuno, naturalmente, sostiene di non avere voluto.
Il vocabolario è importante.
Un ragazzo morto può essere una tragedia o una statistica.
Dipende da chi era.
Da dove viveva.
Da chi l’ha ucciso.
E da quanto sia conveniente indignarsi.
Abbiamo perfezionato l’indignazione a intermittenza.
Funziona benissimo.
Ci commuoviamo, purché qualcuno abbia prima stabilito che quella vittima meriti la nostra commozione.
Ma i morti non si pesano.
Non si dividono in categorie.
Non esistono morti accettabili e morti inaccettabili.
Non dovrebbero esistere bambini sacrificabili, civili sacrificabili, soldati sacrificabili, popoli sacrificabili.
Eppure continuiamo a comportarci come se esistessero.
Nove mesi dopo, le guerre non sono finite.
In Ucraina continuano a morire russi e ucraini.
A Gaza la devastazione ha continuato a produrre morti, feriti, mutilati, sfollati, fame e macerie.
Il 7 ottobre non è diventato meno atroce perché è passato del tempo.
Le vittime israeliane non diventano meno vittime perché qualcuno usa il loro dolore per giustificare altro dolore.
E i palestinesi non diventano meno esseri umani perché qualcuno decide che la loro morte possa essere spiegata con una cartina geografica, una strategia militare o una conferenza stampa.
Nel frattempo si continua a morire anche altrove.
In Sudan.
In Congo.
Nel Sahel.
Nel Mediterraneo.
In luoghi che conquistano qualche secondo nei telegiornali, quando va bene.
Ci sono guerre abbastanza importanti da meritare inviati, mappe animate ed esperti in studio.
E altre nelle quali si può morire discretamente.
Lontano dalle telecamere.
È questa gerarchia del dolore che continua a essere insopportabile.
Dispiacersi non basta.
Dire «perché non accada mai più» continua a essere una formula meravigliosa, soprattutto perché permette di non specificare cosa si intenda fare affinché non accada.
Serve agire.
Serve soprattutto applicare gli stessi principi quando è scomodo farlo.
Altrimenti non sono principi.
Sono convenienze.
Ci sono ancora facce di cera che farebbero meglio a tacere.
Per rispetto dei morti.
Per rispetto di chi li piange.
E, ogni tanto, anche per rispetto dell’intelligenza di chi ascolta.
Governanti che invocano radici cristiane mentre discutono quali disperati respingere.
Leader che parlano di civiltà mentre giustificano bombardamenti, occupazioni, deportazioni o violazioni dei diritti quando a commetterle è l’alleato giusto.
Difensori della libertà molto precisi nello scegliere quale libertà difendere.
La morale internazionale sembra essere diventata una specie di abbonamento a fasce orarie.
Valida in alcuni Paesi.
Esclusi festivi, nemici e popolazioni geopoliticamente poco interessanti.
Il mio cordoglio, invece, continua ad andare a tutti.
Senza distinzione.
Ai ragazzi morti quella notte in Svizzera e alle loro famiglie.
Ai russi e agli ucraini.
Alle vittime del 7 ottobre.
Ai palestinesi di Gaza e della Cisgiordania.
Agli israeliani uccisi dal terrorismo.
Alle vittime della violenza dei coloni.
Ai morti del Sudan, del Congo e delle guerre africane che abbiamo imparato a non vedere.
A chi attraversa il Mediterraneo e diventa un numero prima ancora che un nome.
A chi combatte, senza armi, per poter vivere libero.
Ai curdi.
Ai palestinesi.
A tutti i popoli ai quali la storia ha promesso autodeterminazione e consegnato confini disegnati da qualcun altro.
Il colonialismo occidentale, spesso accompagnato, giustificato o benedetto anche dalle istituzioni religiose, non appartiene soltanto ai libri di storia.
Le sue mappe sono cambiate.
Il suo linguaggio è diventato più elegante.
Qualche volta lo chiamiamo sicurezza.
Qualche volta stabilità.
Qualche volta interesse nazionale.
Ma resta quella vecchia convinzione secondo cui alcuni popoli possano decidere il destino di altri.
Sono passati nove mesi.
Il tempo sufficiente per dimenticare.
Forse è proprio questo che non dovremmo fare.
Perché il problema non è quanto siamo capaci di commuoverci davanti ai morti.
È capire se siamo capaci di considerarli uguali.

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