Piccola difesa delle strade sbagliate
Poi sceglievi una strada. Naturalmente era quella sbagliata. Dopo venti minuti incontravi qualcuno e chiedevi: «Scusi, per Piazza Garibaldi?». La persona assumeva immediatamente l’espressione di chi aveva aspettato tutta la vita quella domanda. «Facile. Sempre dritto. Al secondo semaforo gira a destra, poi trova una farmacia, però non quella nuova, quella vecchia che adesso è un negozio di telefonia. Lì prende la strada a sinistra, arriva dove una volta c’era il cinema e chiede.»
Chiedi. Era la parte fondamentale delle indicazioni. Alla fine non sapevi più dove fosse Piazza Garibaldi, ma conoscevi la storia urbanistica degli ultimi quarant’anni.
Oggi no. Oggi abbiamo il navigatore. Il navigatore sa dove siamo, dove vogliamo andare, quanto tempo impiegheremo, dove troveremo traffico e quale percorso ci farà risparmiare tre minuti e diciassette secondi. Tre minuti e diciassette secondi che naturalmente utilizzeremo per guardare il telefono. Non possiamo sprecarli.
Il navigatore possiede inoltre una qualità che negli esseri umani è generalmente considerata un difetto: non dubita mai. Puoi essere finito nel cortile di un condominio, davanti a un cancello chiuso, con una signora affacciata al terzo piano che ti chiede chi stai cercando. Lui continua: procedi dritto, con la sicurezza di Mosè davanti al Mar Rosso. Se sbagli strada non si arrabbia neppure. Ricalcola. Una parola meravigliosa: ricalcolo percorso. Nessun rimprovero, nessuna delusione, nessun «te l’avevo detto». Se le persone funzionassero così, probabilmente avremmo dimezzato divorzi e guerre mondiali.
Il problema è che, grazie a lui, arriviamo quasi sempre dove volevamo andare. Ed è proprio questo il problema.
Una città non è fatta soltanto dei luoghi che stavamo cercando. Anzi. Le città che ricordiamo meglio sono spesso costruite con ciò che non stavamo cercando affatto: una piazza comparsa dietro un angolo, una libreria dove siamo entrati perché pioveva, un bar nel quale il caffè era pessimo ma il proprietario aveva qualcosa da raccontare, un cortile intravisto attraverso un portone aperto, una strada salita senza motivo soltanto perché sembrava interessante. Naturalmente, dopo cinquanta metri, scopriamo che è una salita del diciotto per cento. Ma ormai abbiamo un principio da difendere e continuiamo.
Camminando senza una destinazione precisa succede una cosa curiosa: cominciamo a guardare. Non lo schermo. La città.
Walter Benjamin aveva capito che esiste un modo di conoscere le città che non passa necessariamente dalla destinazione. Il flâneur attraversa la città lasciandosi sorprendere, trasformando il camminare in una forma di lettura. In fondo una città è proprio questo: un libro che non è obbligatorio leggere dalla prima pagina. Puoi cominciare dal capitolo sette, saltare il quattro, tornare indietro, perdere il filo. E magari scoprire che la parte migliore era proprio quella che non avevi previsto di leggere.
Pessoa, che di strade reali e immaginarie se ne intendeva parecchio, ha trasformato Lisbona in qualcosa di più di una città: un territorio interiore. Camminare, nei suoi testi, significa spesso attraversare contemporaneamente le strade e se stessi. Che è un’attività decisamente pericolosa. Per questo oggi preferiamo Google Maps.
Quando viviamo a lungo in una città accade qualcosa di ancora più strano: smettiamo di vederla. Conosciamo il percorso: casa, bar, lavoro, supermercato, casa. Abbiamo trasformato una città di milioni di persone in sette strade e tre semafori. Possiamo percorrerla pensando ad altro. Ed è esattamente quello che facciamo.
Poi arriva qualcuno che non ci vive e domanda: «Hai visto quel palazzo bellissimo all’angolo?». Quale palazzo? Ci passiamo davanti da quindici anni. Mai visto. Era fuori dal percorso.
Forse per conoscere davvero la città in cui viviamo dovremmo comportarci, qualche volta, come se fossimo turisti. Non quelli organizzati. Quelli sono pericolosissimi: hanno già deciso alle 8:30 cosa proveranno davanti a Caravaggio alle 11:15. Intendo turisti incompetenti. Uscire e girare a sinistra invece che a destra, scendere dall’autobus due fermate prima, prendere una strada perché ci piace il nome, entrare in un posto senza aver prima consultato ventisette recensioni. Potremmo persino parlare con qualcuno. Con prudenza, naturalmente.
Ma abbiamo progressivamente eliminato il perdersi. Non soltanto dalle città: dalla vita.
Abbiamo imparato a considerare ogni deviazione come un problema. Bisogna sapere cosa fare, dove andare, quale lavoro scegliere, con chi stare, dove vivere, dove saremo fra cinque anni. Questa domanda mi ha sempre affascinato: «Dove ti vedi fra cinque anni?». Non lo so. Faccio già una certa fatica a sapere dove sarò giovedì.
Abbiamo trasformato l’esistenza in un itinerario: partenza, destinazione, tempo previsto, percorso più veloce, eventuali rallentamenti lungo il tragitto. Soltanto che la vita possiede un software decisamente peggiore. Non ricalcola. O meglio, ricalcola continuamente, ma dimentica di comunicarcelo.
Così passiamo molto tempo a pensare di aver sbagliato strada. Un lavoro finito, una relazione che non è diventata ciò che immaginavamo, una scelta abbandonata, un progetto fallito, una città lasciata, una città nella quale siamo rimasti. Deviazioni, errori, tempo perso.
Eppure, guardando indietro, capita di accorgersi che proprio lì è successo qualcosa. Non necessariamente qualcosa di bello. Questa storia che ogni errore debba trasformarsi in un’opportunità è una delle invenzioni più crudeli della letteratura motivazionale. A volte un errore è semplicemente un errore. Una porta chiusa è una porta chiusa. E se Dio chiude una porta e apre una finestra, prima di interpretarlo come un segno controllerei se c’è corrente.
Ma anche gli errori ci obbligano a cambiare prospettiva, a guardare una strada che non avremmo guardato. Samuel Beckett ha condensato la faccenda in una formula diventata quasi proverbiale: fallire ancora, fallire meglio. Che non significa amare il fallimento. Significa riconoscere che procedere non è necessariamente avanzare in linea retta.
Del resto, se avessimo seguito sempre il percorso più breve, alcune delle persone più importanti della nostra vita non le avremmo mai incontrate. Erano fuori strada. Oppure lo eravamo noi. E forse è la stessa cosa.
C’è poi un’altra questione. Perdersi richiede fiducia. Quando non sai esattamente dove sei devi osservare, ricordare, decidere. Puoi chiedere, puoi sbagliare, puoi tornare indietro. Puoi anche continuare. Non disponi della rassicurante freccia blu che ti dice che esisti e che sei orientato nella direzione corretta. Devi diventare, per qualche minuto, quella freccia. È una responsabilità considerevole.
E forse per questo abbiamo tanta paura di perderci anche fuori dalle città. Vorremmo qualcuno che dicesse: tra duecento metri lascia questo lavoro. Alla rotonda prendi la seconda uscita e innamorati di quella persona. Prosegui per tre chilometri, poi cambia idea. Se possibile, evita la crisi esistenziale sulla sinistra. Sarebbe comodissimo. Soprattutto l’ultima indicazione.
Ma non c’è. E allora camminiamo.
Non credo che dovremmo buttare via i navigatori. Non sono ancora arrivato a questo livello di integralismo. Se devo prendere un treno alle 17:42 preferisco sapere dove si trova la stazione piuttosto che compiere un percorso iniziatico attraverso la periferia. Il punto non è scegliere tra tecnologia e libertà, tra GPS e poesia. Il punto è lasciare qualche spazio nel quale non sappiamo esattamente dove stiamo andando: una domenica, un quartiere, una conversazione, un libro scelto per caso, una strada mai presa. Qualche volta persino una parte della nostra vita. Senza trasformare immediatamente l’incertezza in un problema da risolvere.
Perché conoscere una città significa anche averla attraversata male. Aver sbagliato autobus, essere tornati indietro, aver scoperto una scorciatoia che era molto più lunga della strada normale, aver dato indicazioni a qualcuno fingendo di sapere dove fosse Via Cavour e averlo probabilmente condannato a vagare per il resto della giornata. Significa possedere una mappa che nessun navigatore può costruire: quella dei posti dove è successo qualcosa.
Forse vale anche per noi.
Abbiamo strumenti capaci di dirci con precisione quasi assoluta dove siamo sulla superficie terrestre: latitudine, longitudine, altitudine. Tre satelliti possono localizzarci con un’approssimazione di pochi metri. È straordinario.
Resta soltanto un piccolo problema: i satelliti non hanno la minima idea di dove stiamo andando. E, qualche volta, nemmeno noi.
Forse non è sempre necessario saperlo. Qualche volta possiamo semplicemente arrivare a un incrocio, guardare il telefono, rimetterlo in tasca e scegliere una strada senza sapere dove porta. Non per ribellione. Non per ritrovare noi stessi. E soprattutto non per poterlo raccontare sui social con la scritta Lose yourself sopra una fotografia del tramonto.
Semplicemente perché abbiamo un po’ di tempo. Perché dietro quell’angolo potrebbe non esserci niente. Oppure una città che non conoscevamo, anche se ci viviamo da trent’anni.
Perdersi richiede soprattutto una cosa che abbiamo smesso di concederci: il tempo di non sapere ancora dove stiamo andando.

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