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Due spicci di memoria


Ho visto Due Spicci, la nuova serie di ZeroCalcare. 

Nonostante una notevole (ahimè) differenza d’età, ho sentito Michele — la persona — molto vicino per sensibilità e per modo di guardare il mondo; più del personaggio — ZeroCalcare —, che pure sembra coincidere con lui… 

In fondo, credo non sia esattamente così.

Zero racconta ciò che Michele vede del mondo, ma lo fa mettendo al sicuro Michele dagli eccessi narrativi e, nello stesso tempo, lasciandolo libero di muoversi intorno agli spazi biografici suoi e dei suoi personaggi. 

Più che veri, verosimili. 

Più che autobiografia, una forma di sincerità filtrata dal racconto.

Ma sto divagando.

Alcune sue affermazioni mi hanno spinto a buttare giù queste righe.

Quello che Michele racconta della fine dei vent’anni l’ho vissuto anch’io: la scomparsa del proprio mondo, dei riferimenti, di quella geografia emotiva che fino a quel momento sembrava immutabile.

Dopo sono arrivati i trent’anni e, in modi diversi, hanno continuato a raccontarmi la stessa storia. Prima arrivano i tentativi di adattare i sogni alla realtà poi, spesso, la loro progressiva frantumazione. E, insieme, arriva il riconoscimento istintivo che qualcosa si è spezzato, senza però riuscire a dargli una misura precisa, una spiegazione convincente o una via d’uscita praticabile. Una specie di escape room con porte e finestre disegnate sui muri. Ognuno interpreta quelle sagome come aperture vere e si convince di aver trovato la strada giusta.

Questo l’ho raccontato anch’io nel mio primo libro, La Città Fantastica, nato proprio dallo sgomento dei quarant’anni, ormai visibili ad occhio nudo.

Poi, come spesso accade, tra appunti, riscritture, canzoni, ripensamenti, pigrizia, distrazione e quell’inspiegabile forma di pignoleria che ci porta a complicarci la vita quando potremmo semplicemente viverla, il tempo è passato. Quando il libro è uscito, i quarant’anni erano già alle spalle e i cinquanta stavano bussando alla porta. 

Che vi devo dire? Succede. Tra la gestazione di un progetto, la sua elaborazione e la sua realizzazione passano spesso dieci, quindici anni. E a ogni passaggio mi sentivo sempre più distante da quel ragazzo di vent’anni che, da qualche parte, ero stato.

Superato anche quel passaggio, ne è arrivato un altro, sempre più velocemente si avvicendano e oggi mi preparo, con la stessa incoscienza di sempre, alla prossima, sempre più vicina, e mi sono chiesto quale sia il senso di tutto questo.

Anche le amicizie seguono percorsi simili. Restano, o almeno così sembra, ma in realtà si rarefanno sotto il peso delle vite che prendono direzioni diverse. Ci si vede meno, ci si racconta meno, si condividono meno pezzi di presente. E allora, quando abbiamo bisogno di un rifugio, di una consolazione o semplicemente di qualcuno che ci ricordi chi siamo stati, torniamo verso coloro che non possono negarci quel conforto. Non tanto per scelta, quanto più perché abitiamo gli stessi ricordi. Perché custodiamo versioni personalizzate degli stessi sogni.

È una scoperta che ho fatto alle soglie dell’ennesimo decennio accumulato. Forse è per questo che mi sento vicino a Michele e a Zero: ne comprendo lo spirito.

Alla fine credo che quasi tutti viviamo seguendo un copione sorprendentemente simile. 

Siamo noi, con le nostre scelte, le nostre cazzate, i nostri amori, le nostre paure e i sogni di cui decidiamo di innamorarci, a trasformarlo in una storia sempre diversa ed unica.

Resta soltanto una cosa davvero importante: attraversare tutto questo restando fedeli a se stessi.

Alla propria compassione.

Alla propria capacità di comprendere.

Alla propria umanità.

Ogni generazione ha criticato quella successiva. Oggi, grazie all’allungamento della vita e all’accelerazione digitale, le generazioni si sovrappongono sempre di più e il mondo è diventato una specie di Babele anagrafica.

Tutti parlano, pochi si capiscono.

Quindi caro Michele, o Zero, o Michele-Zero, fate voi…

Grazie per raccontare quel territorio incerto dove tutti, prima o poi, ci ritroviamo a camminare: il luogo in cui non siamo più quelli che eravamo e non siamo ancora quelli che diventeremo. 

Da parte di un boomer che ormai ha più ricordi che capelli e più progetti che buon senso… e, decisamente, non sono calvo.

Continuo a credere che crescere significhi soprattutto questo: fare pace con le proprie versioni precedenti senza sfrattarle. Tenerle lì, sul divano della memoria.

A volte parlano troppo, a volte danno cattivi consigli.

A volte insistono con sogni che dovrebbero aver imparato a lasciar perdere.

Ma sono pur sempre quei sogni che ci hanno portato fin qui.

E, tutto sommato, fa piacere che siano ancora in casa.

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